Da quando i Tinariwen hanno portato alla ribalta la musica tradizionale Tamashek, quell’immaginario musicale “desertico” del Sahara meridionale ha iniziato a farsi largo nelle orecchie curiose degli ascoltatori del nostro emisfero. Come spesso avviene con generi estranei alla sfera anglofona, la musica dei nomadi Tuareg è stata indebitamente etichettata nei modi più svariati: Tuareg Rock, Desert Blues, sino a un ridicolo Guitar Music, a sottolineare forse l’uso delle chitarre elettriche al posto dei tradizionali imzad. Tutte variazioni della macroetichetta World Music, un non-genere figlio di un approccio riduzionista e colonialista alle musiche locali e, in generale, non Occidentali.

Questo per dire che, quando ci si approccia a un album come questo dei Duna, il pericolo di ridurre tutto alle proprie categorie culturali è sempre dietro l’angolo. Sarebbe però ora di ragionare su come certa tradizione musicale influenzi la nostra visione del mondo. I Duna sembrano avviare, inconsciamente o meno, questo ragionamento, trasferendolo nelle note e nei ritmi di Green Math, il loro terzo album.

Il nome del quartetto dice già tutto. Si preme play e l’iniziale Griera fa sfilare dinanzi a noi una ricca galassia di immagini: il Sahara, le carovane cammellate, il vento che spazza via la sabbia, gli spazi infiniti e i fuochi sotto una volta celeste chiarissima.

Tutto è trattato con tocco delicato dai Duna, il cui primo rimando musicale è alla tradizione Tamashek, trasfigurata attraverso una sensibilità, questa sì, più Rock psichedelica. A un primo livello, i pezzi presentano l’essenzialità della musica sahariana; ascolto dopo ascolto, però, la complessità si manifesta nei dettagli, specie negli arrangiamenti di chitarra – grande protagonista del disco – e nel dialogo continuo fra basso e percussioni.

Queste, mai ridotte a funzioni di mero abbellimento, donano un dinamismo accentuato e fascinoso, impossibile da restituire alla batteria: si ascoltino, ad esempio, la rack Sound of Anarchy, manifesto dell’intero lavoro, nel quale gli ZZ Top si trovano a ballare in cerchio con i Tuareg, o Wanted, colonna sonora da trilogia del dollaro per le influenze gitane che sbucano inaspettate.

Piccoli assaggi di un sincretismo che i Duna non banalizzano mai, creando qualcosa di valido che ha ampi margini per sviluppi ulteriori, accostabili a esperimenti simili come quelli da solista di Viterbini. Una danza rituale sotto la luna fra il Nord e Sud del mondo: questo è, in sostanza, Green Math. Un viaggio che passa dal deserto africano e da quello della California, tra jam hippie anni ’60 – Grateful Dead in testa – e “carovane planetarie” di “sabbathiana” memoria. Di questi tempi, spaventosi e spaventati, inquieti e inquietanti, non è assolutamente poco.

 

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