“TACET”: performance musicali per nuovi linguaggi artistici

«Il silenzio non è altro che un cambiamento della mia mente. È un’accettazione di suoni che già esistono». 

La prima volta che lessi questa frase mi ricordai di uno studio che feci sul De Musica di Sant’Agostino, nel quale si affermava che, prima della creazione dell’Universo come lo conosciamo oggi, vi era soltanto il silenzio. Un silenzio così assordante da poter essere considerato come la prima vera forma di musica esistente. 

Mi vidi ragazzina, mentre attaccavo le cuffie allo stereo dell’ignaro fratello maggiore e mettevo su un disco: quel silenzioso istante prima dell’attacco del pezzo, così pregno di elettricità, tanto da poter già immaginare ciò che sarebbe venuto dopo.

Non so se quel maledetto genio di John Cage (sì, proprio quello della frase lì sopra) avesse mai letto il De musica, ma di certo è stato capace di sfruttare ironicamente tutti i precetti del santo per mettere in crisi il suo pubblico e portarlo a riflettere su temi spesso dati per scontati. Nel 1952 si tiene la prima di 4’33’’, brano in tre movimenti eseguito da David Tudor alla Maverick Concert Hall di Woodstock. Immaginiamo la scena: il pubblico, ben vestito e ben pagante, entra in sala, si accomoda sulle poltroncine rosse e attende. Il maestro al piano dà il tempo sull’orologio e rimane immobile. Immobile. Ripete il movimento altre due volte e, per tutto questo lasso di tempo, nemmeno una nota viene suonata dal piano. Del resto, nessuna nota è scritta sullo spartito.

TACET. Il comando è solo questo: silenzio. 

Il pubblico è indignato, ma l’opera andata in scena è rivoluzionaria: il brano, composto da un apparente silenzio, ha preso vita, ricolmo di milioni di inconsapevoli rumori. 

Signori e signore, PERFORMANCE, HAPPENING!

Da quel concerto-happening di sessanta anni fa, figlio delle intuizioni di Cage (per molti critici musicali il padre della Noise Music), le cose sono un po’ cambiate. La società si è evoluta in un marasma caotico di generi difficilmente distinguibili l’uno dall’altro e l’arte non fa eccezione. Anzi, più di ogni altro è proprio il settore culturale quello nel quale i protagonisti sono chiamati a giocare maggiormente con la mescolanza e con la fluidità tipiche dei nostri tempi.

La domanda sorge dunque spontanea:

che ruolo ha oggi la musica nell’arte?

La musica è divenuta elemento essenziale delle esperienze artistiche, poiché anch’esse si sono spinte verso un coinvolgimento sempre più ampio dello spettatore, il quale ha assunto un ruolo centrale nell’esperienza stessa: la performance si trasforma in un vero e proprio concerto corredato di stimoli visivi e percettivi, capace di immergere il pubblico in un mondo “altro”, distaccato dalla realtà, lasciata momentaneamente fuori. Un buon esempio è quello di Nico Vascellari, uno dei più apprezzati performer della scena italiana, con il progetto dei Ninos du Brasil, messo su insieme a Nicolò Fortuni. Chi ha avuto la fortuna di vederli all’opera ricorda la difficoltà con cui il pubblico si trattiene dal lanciarsi in balli liberatori e catartici, sotto la spinta di Noise Music (sempre lei), Samba, Techno, Batucada e riflessi Hardcore.

La loro ultima esibizione si è tenuta l’8 novembre 2020 durante il festival Club to Club di Torino. Per chi non lo conoscesse, il CØC (solitamente C2C, la modifica nel nome della manifestazione vuole sottolineare quello che è stato definito l’anno zero, da cui tutto ricomincia) si propone da vent’anni come un festival d’avanguardia artistica e musicale internazionale.

La profonda instabilità del settore culturale, causa pandemia, il susseguirsi dei DPCM e il contingente lockdown non hanno fermato gli intrepidi organizzatori di Xplosiva che hanno dato vita a un festival nuovo, a un tempo rumorosissimo e terribilmente silenzioso. I Ninos du Brasil, band formata appunto dagli osannati Vascellari e Fortuni, si sono esibiti all’alba in una performance site-specific in anteprima mondiale, dal titolo All Work and No Play Make NDB Dull Boys, alla Fondazione Accorsi-Ometto. 

La performance si è sviluppata, in alternanza, su due spazi: la sala Cignaroli, dove i performer si presentano travestiti in abiti simil-animaleschi, stesi su un materasso al centro della sala, e la terrazza esterna, con vista sulla Mole Antonelliana, sulla quale spuntano degli omini gonfiabili che si agitano con il getto di aria compressa. Quelli delle concessionarie americane, per intenderci.

Ritroviamo anche questa volta un silenzio carico di insofferenza, che circonda i protagonisti addormentati sul materasso, lasciandoci, allo stesso tempo, con una sensazione di quiete e di insopportabile fastidio. E prepotenti arrivano, una dietro l’altra, le tracce dei Ninos du Brasil, che inondano gli omini gonfiabili, finti personaggi intenti a fare festa sulla terrazza torinese. I due momenti si alternano incessantemente per quasi 45 minuti, facendo crescere nello spettatore il sospetto che si tratti della proiezione di un sogno dei protagonisti, probabilmente quello di tornare a vivere esperienze quotidiane, nel mondo reale, condividendole con chiunque si abbia intorno. 

Ai neofiti potrà sembrare la solita trovata irriverente di due eccentrici personaggi, ma la realtà è che si tratta di una performance di forte impatto visivo e sonoro, ed è proprio la musica qui a creare aggregazione e a servire da stimolo immersivo per lo spettatore, questa volta obbligatoriamente assente, ma capace in ogni caso di sentirsi coinvolto (grazie, Dio del digitale!). Questo è l’anno zero, l’anno da cui tutto dovrà ripartire. E dovranno ripartire anche gli artisti riformulando tutte le loro vecchie consapevolezze. L’unica certezza che ci rimane è che tutti – performer, musicisti e pubblico – abbiamo bisogno di immersione e condivisione. Mai come adesso, allora, si spingerà sull’accoppiata da sempre vincente di musica e arte.

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