Gli Zu sono uno dei progetti italiani oggi simbolo di ricerca musicale e indipedenza a livello internazionale, e che, dalla formula basica di sax, basso e batteria, si è continuamente trasformato a ogni album e collaborazione, sfuggendo a facili catalogazioni e mettendo in crisi i rivenditori di dischi (quelli che esistono ancora). Di questo sono testimoni Bromio e Carboniferous: disco d’esordio il primo, un tritacarne spigoloso di Post-Punk, Jazz e ferraglia; uno spartiacque nella stessa discografia degli Zu il secondo, uno dei dischi italiani (e non solo) più interessanti degli ultimi anni. Abbiamo ricordato quei due album con Massimo Pupillo, bassista e tra le menti principali dietro il progetto Zu, insieme al sassofonista Luca T. Mai e al batterista Jacopo Battaglia, recentemente rientrato in formazione.

Adottando uno sguardo retrospettivo, come vedono gli Zu attuali “Bromio” e “Carboniferous”? 

Sono due tappe fondamentali del nostro cammino. Una, Bromio, dal mio punto di vista non ci rappresenta più – l’avevamo già superata con Igneo un paio di anni dopo.  L’altra, invece, Carboniferous, vive, respira e ci parla ancora; anzi, è una gioia suonarlo dal vivo. Dopo dieci anni, è ancora una grande botta emotiva e una sfida tecnica.

Pensi che “Bromio” e “Carboniferous” siano fortemente legati l’uno all’altro o che siano due testimonianze che poco hanno in comune? Da ascoltatore tenderei più per la prima ipotesi. 

Ovviamente hanno in comune l’essere stati scritti dalla stessa band, cioè dalle stesse tre persone. Volgendo lo sguardo indietro nel tempo, la cosa più incredibile per me è la sensazione di essere cambiati così tanto sia come band che individualmente, ma nonostante ciò essere riusciti a portare avanti lo stesso questo progetto con noi, attraverso tutto. È sorprendente essere arrivati a oggi, in un momento di energia, entusiasmo e focus che forse non abbiamo mai vissuto prima.

A mio avviso, “Carboniferous” ha fatto da spartiacque nella vostra discografia, sia musicalmente, sia per la risonanza che la sua uscita su Ipecac vi ha dato. Nonostante ciò, avete deciso di non ripetere quella formula per non fossilizzarvi: a posteriori, è costato caro agli Zu non proseguire sulla stessa strada di “Carboniferous”?

Forse in un universo parallelo esistono gli Zu che hanno seguito quella formula, hanno continuato a suonare così e poi si sono sciolti dopo cinque anni! Chissà, non posso saperlo… Il punto, ad ogni modo, non è solo che non volevamo fossilizzarci. L’unica maniera perché questa storia funzioni è che sia sempre vera, da Zu esce sempre la nostra verità. Quando abbiamo scritto Jhator eravamo in un momento molto particolare delle nostre vite personali, e quello è stato il disco che lo esprimeva al meglio. Il prossimo album in uscita a ottobre sarà un disco Ambient, Elettronico e di field recording ma, nello stesso tempo, stiamo anche scrivendo materiale per il prossimo album “elettrico”: viviamo un processo che non avveniva da Carboniferous ed è come trovarsi davanti a un cubo di Rubik da 360 facce da sistemare! Zu ha sempre lavorato fuori da “template” pre-esistenti, abbiamo sempre rifiutato di pensare per generi e categorie e di assestarci su di uno standard. Questo tipo di libertà espressiva, come tutte le vere libertà, porta un prezzo molto, molto alto: lo paghi, eccome! Ma ha anche un’altra faccia della medaglia che, metaforicamente, può essere descritto tramite un famoso testo del maestro Suzuki, che recita: “Mente zen, mente di principiante”. Per noi significa mantenersi freschi nei confronti della musica, e alimentare continuamente il senso dell’avventura e dell’esplorazione. Non abbiamo mai stabilito una modalità standard nell’affrontare un brano o anche semplicemente uno stacco. Tutto viene re-inventato continuamente, lì per lì, brano per brano. Certo, abbiamo delle nostre caratteristiche personali, per cui quello che scriviamo alla fine è degli Zu, ma si può dire che non ha regole prestabilite. Si tratta di un metodo che prevede di stare in sala e di tirare fuori del materiale per poi accerchiarlo e lavorarlo fino a quando diventa nostro, rendendolo spesso irriconoscibile anche a chi ha avanzato originariamente l’idea di partenza.

Non c’è mai stato un brano scritto da uno solo di noi, non sarebbe possibile. Anzi, serve una necessaria disponibilità a mettere da parte il proprio ego in modo da vedere una propria idea sempre e regolarmente triturata, resa irriconoscibile e risputata fuori dal gruppo, in un modo in cui nessuno di noi avrebbe mai pensato da solo. Come un dibattito perenne, anche interiore, che alla fine porta a una soluzione inaspettata. Così è stato all’inizio e così continua ad essere ancora oggi.

Osservando in questo momento storico la vostra discografia, mi sembra che essa si svolga a cicli, come i calendari maya e indiani. Il primo ciclo inizia ovviamente da “Bromio” e si chiude dieci anni più tardi con “Carboniferous”, la cui pubblicazione ha poi dato il via ad un altro ciclo, secondo me almeno sino a “Cortar Todo”. Mi sembra, quindi, che con “Jhator” siamo di fronte a un nuovo ciclo: ti ritrovi in questo andamento? E l’esperienza Zu93 con David Tibet potrebbe far parte di questo recente terzo ciclo?

Non saprei, non mi auto-analizzo mai in questo modo così razionale. Posso solo dire che, all’incirca dal 2010, cioè da quando abbiamo buttato giù The Left Hand Path e dato il via al lavoro con David Tibet per Zu93, è iniziata una lunga fase di esplorazione del suono, in cui alcune delle nostre influenze più originarie e recondite hanno avuto modo e spazio per emergere. Prima di quel periodo, c’erano state intere zone della nostra musica appena accennate o delineate ma non capite fino in fondo neanche da noi, come ad esempio in quel clamoroso liscio che è stato il disco con Nobukazu Takemura (Ndr, Identification With The Enemy: A Key To The Underworld, uscito nel 2007): una grande potenzialità, finita completamente fuori bersaglio. C’erano anche zone elettroniche e drone che uscivano fuori dal vivo e su disco, come ad esempio in Orc su Carboniferous. Insomma, era come se, a un certo punto, il suono stesso ci stesse chiedendo di espandersi: avevamo bisogno, quindi, di una tela più grande. Da qui sono nati i dischi su House Of Mythology.

Sempre a proposito di cicli, il vostro primo batterista, Jacopo Battaglia, è rientrato in formazione. Per voi è come se in realtà non se ne fosse mai andato? Quali sono state le ragioni che l’hanno ricondotto di nuovo negli Zu?

Bisognerebbe forse fare questa domanda a lui. Resta comunque il fatto che è tornato: lo scorso anno dovevamo fare solo cinque date insieme a Mats Gustafsson, ma poi, nel momento in cui Jacopo si è seduto alla batteria, è stato come se tutta la magia dell’inizio fosse tornata in blocco. La creatività collettiva è riapparsa. Mentre i lavori degli ultimi anni hanno avuto una gestazione a livello più individuale, da quel momento è riscattato qualcosa che ha dato grande slancio e portata alla band. Per me, poi, il suo ritorno è prima di tutto un’occasione piuttosto rara di vita, di amicizia e di musica. Non siamo la band che torna con la formazione originale perché così ha più successo o ha più offerte. È stato un bisogno nato soprattutto da noi e – ora mi è chiaro – anche dalla nostalgia che tutti avevamo verso quel particolare momento in cui queste esatte persone si trovano nella stessa stanza, sala prove o sullo stesso palco… E allo stesso tempo dico che, sì, si sente che Jacopo è stato via per anni: tutti abbiamo fatto esperienze molto diverse l’uno dall’altro – esperienze quantomeno necessarie a ognuno – per poi tornare insieme su un altro livello, umano, musicale e spirituale, percepito da tutti.

Com’è andato il recente tour europeo per il decennale di “Carboniferous”?

È andato molto bene, sorprendentemente bene, sia da un punto di vista esterno, a livello di ricezione ed entusiasmo riscontrati ovunque, e sia da uno interno alla band, visto che ci trasmette gioia suonare ancora quel disco; e aggiungo anche ciò che riguarda me personalmente, poiché è ancora una sfida, sera dopo sera, sul limite di quello che riesco a fare. Le scelte sonore cambiano a seconda dell’acustica del luogo, il cammino che porta all’esibizione è lo stesso ma i passaggi cambiano, non tanto perché improvvisiamo, bensì perché ci sono scelte sonore e dinamiche continue che avvengono sul momento e che non si sono mai fossilizzate. Insomma, non eseguiamo il disco ma ne veniamo attraversati, concerto dopo concerto.

Quali sono i prossimi progetti ai quali stai lavorando sia come collaboratore/solista e sia con Zu?

Partiamo da Zu: abbiamo in uscita il terzo disco della trilogia su House Of Mythology, si chiamerà Terminalia Amazonia ed uscirà a ottobre con una presentazione al Romaeuropa Festival 2019. È un lavoro nato a partire dai field recordings che ho fatto in Amazzonia durante alcuni soggiorni laggiù, ed è un lavoro che ho inseguito per tanto tempo non riuscendo a capire quale fosse il suono-chiave che potesse raccontarlo, ma che poi è diventato un progetto degli Zu a tutti gli effetti. La risposta alla tradizione indigena è diventato il fattore che più ha cambiato questa parte del mondo nell’ultimo secolo, ovvero l’elettricità. E, per lavorare con l’elettricità, abbiamo scelto dei sintetizzatori analogici degli anni ‘70 come l’EMS Synthi; ovviamente, al momento di quella scelta, è uscita fuori la persona giusta, un amico che possiede in casa sua una collezione di quegli strumenti, il quale in seguito ci ha invitati a registrare da lui. 

Come ho accennato, stiamo scrivendo anche il prossimo album “elettrico” degli Zu, per la prima volta in quartetto, con Stefano Pilia alla chitarra, ormai fisso in formazione. Abbiamo fissato una data per andare in studio, ma al momento non so dire di preciso per chi e quando uscirà. Per quanto mi riguarda, ho del materiale in solo, registrato e pronto da far uscire, ma non sto cercando una label perché, al momento, Zu occupa un po’ tutti i miei pensieri musicali. Per quanto riguarda altri progetti, c’è Uruk con Thighpaulsandra; Becoming Animal con Gordon Sharp, che va avanti e ha nuova musica; il duo con Tony Buck dei The Necks, che prosegue dal vivo con alcuni live; il duo con Stefano Pilia, che ha il terzo album in uscita per l’etichetta belga Consouling Sounds; per finire c’è anche un nuovo lavoro con Daniel O’ Sullivan targato Laniakea, il cui disco è pronto e probabilmente uscirà anch’esso per House Of Mythology. E direi che questo è abbastanza.

Zu, più che un gruppo classicamente inteso, è un’entità in continua trasformazione poiché si sviluppa e cresce di pari passo con i suoi componenti. Una forte e profonda correlazione fra arte e vita, quindi, due ambiti che nel vostro caso non vengono tenuti separati, bensì si influenzano e fortificano a vicenda. Cosa significa portare avanti oggi un’idea del genere? Credi che sia più semplice o più complicato rispetto a quando avete iniziato?

Per noi è più semplice oggi, probabilmente, perché siamo ben rodati e siamo abituati a una vita in cui non c’è una rete di protezione classica; o meglio, una rete c’è, ma siamo noi stessi l’uno con l’altro, e non mi riferisco solo alla band strettamente intesa, ma anche a Lorenzo, il nostro fonico, e agli altri amici che lavorano con noi nel portare Zu in tour. Quando iniziammo fu come entrare in una galleria del vento: bellissimo, entusiasmante, ma veloce e rischioso. Non avevamo il tempo di fermarci, né quello per capire altro se non ciò che occorreva fare nella quotidianità. Quella fase è durata anni, e direi che quello che è cambiato e che oggi siamo più coscienti della incredibile fortuna e opportunità che abbiamo nell’essere questa band, costituita proprio da queste persone. E personalmente provo moltissima gratitudine verso ognuno.

Negli Zu il suono è, a mio avviso, centrale: non tanto i riff, i beat classici o particolari linee melodiche, bensì il suono, inteso come materia primigenia da plasmare. Avete cambiato “pelle sonora” molte volte: cos’è che ha tenuto insieme questi vostri cambiamenti?

Hai perfettamente ragione, il suono è la chiave. Personalmente sono devoto al suono, e potrei dirti che ho fede in esso. All’inizio con Zu ci concentrammo principalmente sulle architetture, ma poi capimmo – neanche tanto razionalmente ma a livello intuitivo – che dovevamo volgerci alla materia prima, al suono, per l’appunto. Carboniferous rappresenta questa discesa nelle viscere della Terra, ai fossili. La cosa per me più sorprendente è stata l’evoluzione collettiva come band nei confronti di questo processo, che, ad ogni modo, continua ed è in ulteriore sviluppo tutt’oggi. Non ha a che fare con il nuovo pedale o il nuovo amplificatore, ma è un approccio fisico e pre-logico al significato che senti dentro a un accordo, una nota o a un intervallo.

Siete degli stacanovisti dei live, avendo raggiunto un numero impressionante di date lungo la vostra carriera. Oggi più che mai, probabilmente, suonare dal vivo è la più importante attività per una band, visto che i dischi non sono esattamente la fonte primaria di guadagno per nessuno. Com’è cambiata, se è cambiata, la vostra attitudine verso i vostri concerti nel corso del tempo? Per voi è centrale l’idea del live come “esperienza collettiva”?

La prima cosa da sapere è che, nel nostro ambito, nessuna band ha mai realmente guadagnato coi dischi, al massimo hanno rappresentato la possibilità di andare in tour. Ricordo che una volta, a un festival in Cile, l’organizzatrice, che era la moglie di uno degli Eagles, si lamentò, per tutta la cena, dei download illegali e del fatto che, se la situazione fosse continuata così, presto o tardi suo marito sarebbe dovuto andare di nuovo in tour. E mi sono chiesto: “Ma se fai il musicista non dovrebbe piacerti? Non dovrebbe essere normale voler andare a suonare?”. A parte l’aspetto “materiale”, diciamo, la nostra attitudine live è cambiata perché, all’inizio, la concepivamo come una specie di “noi contro il mondo”, contro tutti, quindi il suono era concepito in modo duro e molto diretto, come a voler zittire i presenti. Infatti, i primi concerti li facemmo a Roma, nei centri sociali, e capimmo presto che, se non avessimo suonato così, tutti avrebbero parlato per l’intera durata dell’esibizione. Poi, a un certo punto, ci siamo aperti, anche in senso spirituale, e il nostro approccio è tramutato in qualcosa tipo “noi tutti, qui, insieme, concentriamo le energie, questa cosa ci riguarda tutti. Voi siete venuti qui per noi e noi per voi”. La mia concezione dell’essere umano è molto legata alla mitologia. Ritengo che siamo animali simbolici, come ha detto Burke.

E che abbiamo bisogno di riti per la salute dell’anima, e che molti dei rituali tradizionalmente intesi non funzionano più nel mondo moderno. Per cui, con tutti i suoi limiti, un concerto a volte è una delle poche esperienze di trasporto emotivo, condiviso e collettivo che ci resta. Mi riferisco ovviamente a quelle esibizioni dove ci sia una verità di fondo e un lasciarsi attraversare e trasportare. Dico questo perché oggi va un po’ di moda mettere in scena dei rituali che a me spesso sembrano delle pagliacciate o, peggio ancora, un flirtare con aspetti occulti che non si conoscono a fondo, i quali nel mio sentire sono anche piuttosto pericolosi.

Che rapporto avete con le nuove tecnologie, sia in studio che in sala prove? A cosa vi piace affidarvi maggiormente e che importanza ha per la vostra ricerca musicale un buon produttore?

Non abbiamo mai avuto un produttore in senso stretto. Abbiamo lavorato con eccezionali ingegneri del suono, da Steve Albini a Bob Weston, da Giulio Favero e Bruno Germano a David Chalmin. Il prossimo album avrà un produttore inteso in senso più classico ma è ancora presto per fare il suo nome. Tutti noi esploriamo nel mondo dell’elettronica, degli effetti, della manipolazione analogica o digitale. In ogni sala prove abbiamo da sempre avuto la possibilità di registrare bozze, all’inizio su cassetta, poi su DAT o su registratori digitali, e da un po’ di tempo su Pro Tools in multitraccia. Per quanto riguarda il lavoro in studio, siamo passati dalla fase “Albini” – cioè album suonati live in studio, come una presa documentaristica – a una fase molto più narrativa, in cui utilizziamo lo studio, come dicevano i CAN, come uno strumento. Un album come Jhator, che prevede undici musicisti provenienti da tutto il mondo, ad esempio, avrebbe avuto qualche anno prima dei costi proibitivi; oggi, invece, l’abbiamo praticamente scritto nell’home studio del nostro fonico/quarto – ora forse quinto? – membro, Lorenzo Stecconi. Sei mesi di lavoro e raffinamento del materiale, che un tempo sarebbe costato come The Wall e che invece abbiamo affrontato completamente da soli.

Hai pubblicato su cassetta il tuo progetto solista per la fiorentina Oltrarno. Come mai la scelta di questo formato? Cosa pensi di questo recente revival di cassette? Moda o qualcosa che potrebbe avere un futuro?

Non è stata tanto una mia scelta quanto una proposta ricevuta dai fantastici ragazzi di Oltrarno. Da adolescente, avevo un 4 piste a cassetta e passavo davvero tanto tempo a registrare robe mie decisamente sperimentali che non sono mai uscite e che non ho neanche più personalmente. Pubblicare il mio primo lavoro in questo formato, quindi, è stata per me una cosa molto romantica, quasi come ricollegarmi a quel periodo e a quelle esplorazioni. Tutto qui, non ho speculato poi molto sul formato in sé. 

Tenendo conto del vostro percorso artistico e delle mutate condizioni di fruizione e diffusione della musica fra anni ’90 e nuovo millennio, pensi che l’esperienza Zu sarebbe oggi possibile e replicabile?

Anche questa è un po’ una domanda da universo parallelo: non ne ho idea! So solo che è sempre esistita una generazione successiva che ha rifiutato quella precedente, alzando quindi l’asticella del confronto, in un ipotetico percorso che va dal Jazz al Rhythm & Blues, al Rock’n’Roll, al Progressive, al Punk e al Post-Punk, all’Hardcore, al Grind, all’Industrial, al Noise e così via. A un certo punto, questo processo si è fermato. Pensa al fatto che, se negli anni ‘80 avessi ascoltato musica di 40 anni prima, avresti ascoltato Natalino Otto. Mentre oggi, se ascolti musica di 40 anni fa, trovi ad esempio Joy Division, The Fall o Throbbing Gristle. Cos’è successo? Qualcosa è decisamente cambiato. A me i gruppi che uscivano, diciamo, dal 2000 in poi hanno iniziato a sembrarmi molto più sicuri, non ti parlo necessariamente di quanto uno potesse essere abrasivo o incazzato, ma a livello di ricerca. Da un punto di vista popolare, oggi in Italia si sono imposti i cantautori 2.0, ma dall’altra parte, a mio avviso, c’è una floridissima scena di percorsi individuali di altissimo livello artistico. Cito giusto qualche nome: Andrea Belfi, Valerio Tricoli, Stefano Pilia, Caterina Barbieri, Alessandro Cortini, Lorenzo Senni, MaiMaiMai, Enrico Malatesta. Ce ne sono davvero tanti, e ne starò dimenticando molti. Sono esperienze che sento vicine perché spesso sono comunque molto “Punk” in senso stretto, cioè vera espressione, non calcolata e non fatta necessariamente, almeno nella maggior parte dei casi, per piacere a qualcuno o vendere.

L’attitudine degli Zu è sempre stata fortemente indipendente, avendo fatto vostra l’idea DIY del Punk. A un gruppo o a un musicista che si affaccia oggi sulla scena, quale sarebbe il consiglio che ti sentiresti di dare?

Non so se sono la persona giusta a dare consigli. Probabilmente sarebbero consigli percepiti “da vecchio”, per la serie “pensa alla musica e non ai soldi e al successo”. Forse l’unica cosa che consiglierei davvero, quindi, sarebbe quella di ascoltare tanto, in tutti i generi, di esplorare. Di tenere sempre molto vivo l’aspetto per il quale si è prima di tutto un fan della musica. E anche di leggere tanto, traendo ispirazione dall’arte, dalla vita, dalla letteratura. Insomma, di nutrire il terreno da cui poi eventualmente far uscire fuori la musica. 

Un genere musicale può avere una doppia valenza: all’inizio di una fase creativa può fungere da spinta e stimolo, mentre alla lunga rischia di diventare una catena, sino a ridursi, nei casi più gravi, in un cliché. A tuo modo di vedere, cos’è che fa da discrimine per un artista tra l’avere un rapporto positivo e produttivo coi generi e il risultarne imbrigliati?

Non ti so rispondere. Non ho generi prestabiliti che ascolto o a cui mi riferisco nel momento della creazione sonora. Ad ogni modo, credo faccia da discrimine il fatto di ascoltare di tutto. Di non chiudersi. Ammiro molto gli artisti che hanno spaziato moltissimo, che hanno cercato per tutta la loro vita (e nota bene che parlo di vita e non di carriera), come i Coil e i Current93. Così come ammiro quelli che hanno rinunciato a carriere importanti per seguire la propria ispirazione. Penso principalmente a Mark Hollis e ai suoi Talk Talk, in questo caso, o a David Sylvian dopo i Japan, o più recentemente agli Ulver e ai These New Puritans.

Ragionare per generi – oggi che la musica è attraversata da tantissimi sottogeneri e da mix fino a qualche tempo fa impensabili – ingrassa il mercato ma è limitante dal punto di vista creativo. È arrivato il momento, secondo te, di abbandonare questo tipo di ragionamento?

Guarda parli con uno che non riesce ancora a capire la differenza fra Black e Death Metal! L’ho chiesta a Lorenzo talmente tante volte, ma credo che il punto alla fine sia che proprio non mi interessa. Non abbiamo mai trovato per Zu un genere con un nome. Ci hanno svalangato addosso lo stigma di Jazzcore, ma cosa ci sarebbe di Jazz nella nostra musica lo devo ancora capire. Forse sono corto circuiti, una persona vede il sax e pensa al Jazz. O forse, se hai solo ascoltato i Ramones, è normale che ti sembreremo Jazz, ma ti assicuro che negli ambiti jazzistici siamo percepiti come Punk! Avere una propria voce individuale sembra quasi essere diventata una cosa di cui doversi giustificare.

Oggi si assiste a fenomeni culturali dalla forte impronta passatista, che fanno cioè perno sulla fascinazione per il passato. È ciò che sta succedendo con artisti, generi e produzioni che puntano ad esempio sull’immaginario anni ’80 e ’90. Secondo te, come si potrebbe spezzare l’incantesimo dell’anacronismo nel quale ascoltatori e artisti sembrano intrappolati?

La musica non vive in una bolla separata ma è perennemente nel mondo e legata al suo periodo storico. A mio avviso, una risposta comune alla crisi totale che ci circonda e ci attraversa è che si è creato un generalizzato bisogno di sicurezza, il che nell’ambito musicale italiano ha portato alla risalita del fenomeno dei cantautori. L’incantesimo culturale però non è solo questo; personalmente è un ambito che continuo a studiare e che mi dà molto da fare. Il punto è che viviamo davvero in un casino di proporzioni epiche e, per quanto sia fastidioso e doloroso, dall’altra parte esso si traduce in un bisogno di espressione e anche di ascolto di storie inedite. Abbiamo così tanta informazione che l’immaginazione ne risente. Si sono cercati per anni nuovi linguaggi, ma dove sono le nuove storie?

Dal tuo punto di vista, hanno ancora senso le categorie “mainstream” e “underground” nella nostra epoca liquida? In che rapporto le vedi al giorno d’oggi?

Di fondo, direi che il mainstream ti è imposto, mentre l’underground te lo vai a cercare, e quindi dipende dal singolo individuo conoscerlo o meno. 

A mio avviso, nell’ultimo periodo si sta assistendo a un processo sempre più invadente di moralizzazione dell’arte: un artista è giudicato non tanto per la qualità della sua arte ma per il suo comportamento sociale fuori dalla sfera artistica. Come vedi il fenomeno? Credi che possano esserci ambiti più esposti e altri meno?

Vedo un’attitudine alla political correctness, intesa però solo “in un modo”, che sta diventando velocemente uno dei perni del nuovo totalitarismo mascherato. Viviamo in un mondo molto insidioso, dove tanti significati sono rovesciati. Dico questo perché, a mio avviso, la dimensione etica va cercata e ricercata anche sbagliando, ovviamente, ma più come risonanza alla verità e all’empatia universali che ognuno di noi porta dentro, almeno “in potenza”. Poi posso dirti che, per risonanza, puoi sentire da te che i Fugazi sono delle “belle persone” e che, al contrario, molti cantanti o cosiddetti artisti che cercano i miliardi e gli stadi ucciderebbero la madre per il successo. Ma questo è un po’ scontato.

Se volessi azzardare una previsione, come vedresti fra quindici o vent’anni lo stato del già frammentato mercato musicale odierno?

Per me è molto importante imparare a vivere sempre più nel momento presente. Per cui, queste sono domande che non mi pongo e a cui di conseguenza non so rispondere. Posso però dirti che c’è qualcosa di unico nella dimensione live della musica, nell’essere lì presenti come corpi, con i corpi degli spettatori; lo dico sia come musicista che come ascoltatore (e ricordo che Pasolini diceva qualcosa di simile del calcio). Il concerto live è un’esperienza che non è paragonabile né assimilabile al mondo dei social (che tutto sono tranne che “social”).Se risuoni con quel tipo di esperienza, non sarà un video, una trasmissione e nemmeno un ologramma a dartela. Credo profondamente in questo. Le insidie del mondo contemporaneo sono tante: ci vogliono convincere a ibridarci con le macchine e, dall’altra parte, non c’è più un pensiero tradizionale e filosofico a controbilanciare queste spinte. Anzi, sono riusciti a equiparare la parola “tradizionale” con “reazionario”. Ci hanno convinto che siamo seduti sul pinnacolo del mondo perché abbiamo tutti questi giochini, ma se fossimo davvero così intelligenti, non staremmo distruggendo il nostro stesso ecosistema. C’è una presunzione e un’arroganza nella modernità che è così intrisa di ignoranza. Se leggi i testi gnostici o di filosofia indiana o tibetana, scopri dei sistemi di pensiero infinitamente più sottili, complessi ed evoluti del nostro. Insomma, sono andato molto in là con la tua domanda, per rispondere alla fine semplicemente: non ne ho idea e spero che ci sarà ancora un mondo in cui questa domanda avrà senso.

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