S’intitola Leitmotiv, l’EP di debutto di Kang Brulèe (Davide Nardelli) e Poleszky (Luca Poletto), giovani producer con alle spalle già diversi progetti personali e una serie di fortunate collaborazioni (Gemitaiz, MadMan, Priestess). Il disco si compone di cinque tracce ispirate ad altrettanti motivi conduttori. Cinque diversi leitmotiv, appunto. Poesia, cinema, musica, ecosostenibialità e fotografia, sono questi i temi che vanno a modellare i brani di un disco che fa della transmedialità il suo concept principale, ponendosi l’obiettivo di esplorare e declinare l’espressione artistica in tutte le sue manifestazioni. E, per farlo, si serve della forza evocativa e immaginifica dell’Elettronica.

A ispirare il brano d’apertura, Percezione meccanica, sono i versi dell’omonima poesia di Riccardo Mini, recitati dall’autore nei secondi introduttivi. La voce si fa gradualmente robotica: l’umano diventa progressivamente macchina, così come l’”occhio spersonalizzato”, nella poesia di Mini, perde la sua essenza umana. Una riflessione sulla relazione sempre più stretta che ci lega alla tecnologia e sul ruolo importante, ma allo stesso tempo alienante, che essa occupa. Si passa poi alle atmosfere ipnotiche di Maya D., un viaggio Ambient che rende omaggio al cinema onirico della regista ucraina Maya Deren e che si avvale della collaborazione del producer Il Tre. 

Ritmi più sostenuti nella title track Leitmotiv, che fonde e confonde le diverse identità musicali dei suoi autori, il pugliese Davide e il milanese Luca. È infatti la musica stessa il tema cardine del brano. Il leitmotiv (nel senso “wagneriano” del termine) di synth, “spezzettato” e “sezionato” nelle sue intermittenze Glitch, fa da collante tra sonorità latineggianti di chitarra classica e percussioni, e un’impalcatura sonora Techno, di stampo nordico.

Ecosostenibilità e riutilizzo sono, invece, i temi alla base della successiva From Waste to Sound, che sfrutta il campionamento di oggetti di utilizzo quotidiano, qui “riciclati” come strumenti per comporre elaborati intrecci ritmici. 

Infine, Analogico digitale rapporta la musica al tema della fotografia per il tramite di quella contrapposizione, comune a entrambe le arti, richiamata nel titolo. Il brano, riuscito incontro tra i suoni caldi e rétro di sintetizzatori analogici, drum machine anni ’80, basso distorto e quelli moderni degli strumenti digitali, chiude un lavoro che cattura al primo ascolto e che riesce con naturalezza a evocare immagini e sensazioni all’ascoltatore. 

Merito della cura della produzione, della virtuosità esibita in alcune soluzioni di editing e della breve durata dei pezzi, una singolarità, data la loro natura strumentale.

 

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