Qualche tempo fa, abbiamo incontrato Sylvia Lenore Massy, produttrice e sound engineer americana  di grande spessore, nota per i suoi lavori con i System of a Down, i Tool, i Red Hot Chili Peppers, e per la sua lunga collaborazione professionale con Rick Rubin, col quale ha contribuito al successo di progetti di altri grandissimi nomi come Johnny Cash, Tom Petty, Slayer, Donovan. Sylvia era a Roma per una masterclass con i Ministri organizzata da Sound By Side. Ovviamente non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione.

Ciao Sylvia, che bello averti qui! Sappiamo che questa non è la tua prima volta in Italia, vorrei perciò partire chiedendoti com’è il tuo rapporto con il nostro Paese e che idea ti sei fatta di produttori e ingegneri del suono italiani?

Bisogna dire che di fatto è la mia prima volta a Roma. Ero stata in Sardegna, una terra che amo, e a Milano, dove ho soggiornato per 24 ore, non trovando però lì la vera Italia che avrei voluto vedere. Roma è davvero un posto favoloso, ne amo la storia, in particolare il fatto che sei in una città molto moderna, eppure mentre cammini per strada all’improvviso ti ritrovi davanti a un monumento di migliaia di anni fa. Davvero incredibile. Quindi mi sto godendo l’Italia e la musica qui  è sorprendentemente innovativa. Adoro il modo in cui la gente si entusiasma per la musica. Sto ascoltando più musica sperimentale qui di quanto mi capiti negli Stati Uniti. Negli States, al momento, è molto limitato ciò che mi piace. Quello che trovi lì è un sacco di Pop e di Pop Elettronico. Ma qui, magari, vado in un ristorante, mentre sono seduta a mangiare un piatto di pasta, mettono su del Dub Reggae tipo King Tubby, cose che non ascoltavo da tantissimo tempo e che amo. C’è in Italia una grande passione per la musica che non trovo negli States di questi tempi. 

È molto bello sentire queste parole.

E, quanto ai produttori, ho conosciuto Tommaso Colliva e lo rispetto. Ho avuto modo di incontrarlo ieri sera. Abbiamo discusso un po’ e mi piace un po’ tutto ciò che riguarda l’industria discografica qui. È un posto stimolante.

Devo ammettere che il rischio di emozionarmi troppo qui oggi è piuttosto grande, perché hai lavorato con nomi come System of a Down, Tool, Johnny Cash, e tanti altri artisti poi diventati di culto per la mia generazione. Cosa hanno significato album come “Undertow” o “System of a Down” per la tua carriera e vita personale?

Quando iniziai a registrare non badavo molto a chi sarebbe diventato una star. All’inizio, quando lavoravo con i Tool, loro erano per me semplicemente amici che avevano una band che suonava al bar. Li andavo a vedere, mi piacevano tantissimo e pensai che stavano facendo qualcosa di originale, ma credo che nessuno di noi avesse la più pallida idea del fatto che avrebbero avuto una carriera così lunga e bella. Chiaramente, quando ebbi l’opportunità di lavorare con i System of a Down, anche loro erano una band emergente a Los Angeles e volevo a tutti i costi missare per loro. Rick Rubin, che è un grande produttore, riuscì a farli firmare per la sua etichetta, in modo che potesse esserne il produttore, perciò andai a bussare alla porta di Rick. In realtà, lo chiamai dicendo “voglio essere parte di questo progetto, fammi fare l’ingegnere del suono”. Lui accettò, mi lasciò missare il progetto che egli produsse e quello fu il loro album di debutto. E mi piaceva quella band anche perché facevano qualcosa di diverso. Mi sono sempre orientata verso progetti che esplorano nuovi terreni, che provano nuovi sound, che parlano di qualcos’altro. Ad esempio, i System of a Down parlavano molto del genocidio armeno, un argomento molto serio. Sentivo quanto questo fosse importante, perché la musica stava aiutando altre persone a capire cosa era accaduto; mentre i Tool facevano qualcosa di diverso col loro sound. Quando finimmo e ascoltai il tutto per la prima volta, dissi tra me e me “questo è davvero molto strano, non ha il suono di nessun altro. Non sappiamo se alle persone piacerà o no, ma non conta perché piace a noi”. Era la cosa che all’epoca importava di più. E con Johnny Cash fu il tutto molto insolito, soprattutto perché lui, che si era in pratica ritirato, fu riportato in attività da Rick Rubin che gli disse: “voglio che tu canti per questa band. Sono a tua disposizione”. La band di supporto in questione erano i Tom Petty and the Heartbreakers. Rick gli diede diverse canzoni e alcune di queste erano pezzi famosi, ad esempio di Beck, Soundgarden e altri gruppi. Era come dare a Johnny un materiale che non era abituato a cantare e Johnny diede la sua interpretazione di quei brani, che risultò essere chiaramente molto insolita.

Un’idea brillante…

Fu davvero brillante ed è proprio quello il genio di Rick Rubin. Sì, sono stata fortunata a essere parte anche di quella storia. Ho avuto la fortuna di far parte di tanti progetti musicali di valore. Ho lavorato anche con Prince per tre anni, su Diamonds and Pearls e altre sue registrazioni e quella è stata un’avventura.

L’Olifante è stato concepito come uno spazio editoriale di collaborazione, nel quale gli artisti, i musicisti, e gli operatori del mondo della musica possono incontrarsi, discutere e ricevere equa attenzione. In questo particolare senso, io credo siamo un po’ come uno studio di registrazione, dove aspetti creativi e tecnici coesistono. Voglio quindi sapere: è stato mai difficile per te trovare il giusto equilibrio tra creatività e tecnica nella tua professione?

Faccio ancora fatica a trovarlo, in realtà, perché la tecnologia è sempre in avanzamento e devo sempre aggiornarmi. Arrivando dal mondo dei nastri analogici, dove si faceva editing con la lametta e si lavorava su queste belle e grandi console, ho dovuto adattare il mio metodo di lavoro per registrare con il digitale, con Pro Tools, e missando e rimanendo di base esclusivamente sul digitale. È stata una battaglia, ma ne sono uscita e adesso accolgo tutto, mixing in the box. Sto anche includendo la nuova tendenza a riportare nei processi attuali un po’ di analogico, come il summing analogico e gli strumenti per la compressione e l’equalizzazione stereo. Fare così mi dà il meglio di entrambi i mondi, credo, e il prossimo passo per me è continuare a imparare a padroneggiare ogni nuovo plug-in introdotto. Mi chiedo sempre “come posso usare questo?”, perché ogni plug-in che viene fuori sembra essere meglio del precedente. Prima, ad esempio, non esisteva un buon riverbero, adesso invece penso ci siano parecchi ottimi plug-in per quell’effetto. Mi pare però sia anche importante sporcarsi le mani e voglio costruire in prima persona attrezzatura che produce suono, che cattura il suono, anche se viene fuori da pezzi che si trovano al mercatino delle pulci. Hai presente? Voglio sempre includere oggetti ritrovati all’interno delle mie registrazioni, e questo è il mio personale, speciale ingrediente che aggiungo alle sessioni. Infatti, ho da mostrarti qualcosa in merito. Come sai, ci sarà questa session questo fine settimana e ho trovato questo in un negozio (estrae da una valigia un vecchio telefono a disco combinatore, Ndr).

Guarda chi si vede, ricordo uno di questi a casa di mia nonna!

Ecco, giusto. Ma sapevi che può diventare un fantastico microfono, se solo smonti questo (smonta la parte inferiore della cornetta, Ndr). Questo è l’elemento che fa da microfono, proprio qui, è un carbon button e lo puoi ricablare in modo che vada in un cavo di microfono e dentro la console. Ecco il tipo di cose che faremo questo weekend, e c’è davvero sempre un sacco di roba con cui divertirsi e che ti dà un sound diverso, non i soliti sound, il sound tipico può essere noioso e pigro. Quindi facciamo qualcosa di nuovo, facciamo cose strane.

Un altro aspetto che trovo sorprendente guardando alla tua carriera è il fatto che tu abbia lavorato su così tanti diversi generi. Quindi mi piacerebbe sapere se c’è un genere sul quale trovi sia più impegnativo o divertente lavorare.

Beh per me la nuova frontiera sono le produzioni di Vintage Style Jazz, che mi danno l’impressione di essere delle registrazioni in stile documentaristico. Devi essere in grado di catturare il momento, devi essere pronto per cogliere l’attimo giusto e aspettarlo con pazienza. Non ho ancora trovato la migliore opportunità per quel tipo di produzioni. Recentemente, ho avuto modo di registrare una big band, un qualcosa che non avevo mai fatto prima, ed è stato il momento più eccitante in studio, quello con la pressione più grande e con la più grande ricompensa, perché sei lì a lavorare forse con 20, più di 20 musicisti in una stanza. Tutti devono essere in grado di sentire tutti gli altri e suonare nel modo corretto perché puoi davvero fare poco dopo la registrazione per rimediare. Quindi devono sentirsi tutti comodi, sentire al meglio, mentre il direttore deve poter comunicare con tutti. Quella è stata una sfida nuova e fantastica, ed è andata alla grande. Ho lavorato anche un po’ alla classica, e sono molto interessata a registrare quartetti d’archi in spazi insoliti, cosa che non ho ancora fatto. Perché lo studio è davvero un posto in cui ci si sente troppo al sicuro a volte. Ma cosa succede se porti quel quartetto d’archi, ad esempio, in una grotta? Il quartetto d’archi è stato concepito per essere suonato in una camera, quindi magari non li metti a registrare in una camera concepita per quello, come in una antica villa, ma li metti in una grotta. Che tipo di sound otterrai così facendo? Insomma, c’è solo da sbizzarrirsi.

In italiano abbiamo una parola, “genere”, che traduce sia l’inglese “genre” che “gender”, quindi saltando da genere a genere, vorrei chiederti qualcosa a proposito del tuo essere una donna di successo nel business musicale da tanto tempo. Hai mai avuto l’impressione che fosse più difficile per te, che hai dovuto magari sforzarti di più dei tuoi colleghi uomini per entrare nel business e farti una buona reputazione? È cambiato qualcosa negli ultimi due decenni? E se sì, è cambiato in meglio?

Sai, c’è un aspetto interessante nell’essere una donna e questo vale per ogni carriera che richiede molto tempo. Considera che ci vogliono forse dieci anni per sviluppare la tua carriera nella produzione musicale e per iniziare a fare soldi e a passartela bene. Quindi dieci anni. Mettiamo che una donna inizia la sua carriera quando ha 20 o 25 anni, lavora per dieci anni, adesso ne ha 35. Esattamente quando iniziano a succedere cose positive, la donna deve fare una scelta: voglio una famiglia o voglio una carriera? Quindi, quello che noto è che non c’è stato nessun tipo di ostacolo da parte degli uomini. È nella biologia e in queste scelte obbligate l’ostacolo più grande che trattiene una donna dall’avere successo. Questa è la mia opinione. Non mi sono mai sentita discriminata, penso questo sia un lavoro in cui è difficile sia per gli uomini che per le donne essere coinvolti ed emergere. Quindi incoraggio sempre le donne a entrare in questo business perché – o mio Dio – è il miglior lavoro del mondo, è così soddisfacente e vivo una vita favolosa. Ma, d’altro canto, non ho una famiglia. Ho delle belle storie, ma niente figli. Però, se guardo a tutti gli artisti con cui ho lavorato negli anni, potrei considerare loro i miei figli, quindi ho avuto centinaia di figli. Giusto? Questa è la mia opinione su questo.

Piuttosto di recente, Dave Grohl ha diretto un paio di documentari nei quali ha trattato molto il mondo della produzione e anche l’influenza della geografia sulle registrazioni, l’importanza di luoghi, studi di registrazione, persino città e ambienti in generale. Che ruolo hanno, in base alla tua esperienza personale, i luoghi sulla produzione musicale?

Oh sì, il luogo in cui stai registrando ha molto da dire sul feeling, sull’emozione e sulla qualità della tua registrazione. Un posto in cui ho lavorato molto, contemporaneamente a Dave Grohl, sono stati i Sound City Studios a Los Angeles. Il motivo principale per cui lavoravo lì era il prezzo, perché era più economico degli altri studios più eleganti della città, e aveva dell’ottima strumentazione. Detto questo, era praticamente una discarica. Spostai il mio studio personale dentro la B Room di Sound City ed è rimasto lì per diversi anni, ma dovetti rimpiazzare persino l’illuminazione. Ho cercato pian piano di rimetterlo a nuovo, ma i gestori non erano tanto propensi a lasciarmelo fare. Ma in quel posto, quando ci lavoravi, ti sentivi a tuo agio, non avevi paura di appoggiare i tuoi piedi sui mobili, non avevi il timore di fare cose che avrebbero potuto far arrabbiare i gestori con te. Insomma potevi quasi farla franca con un omicidio lì, ma c’era una bellissima e grande stanza per la batteria, una delle migliori a LA e c’era una console Neve a 28 canali che, in pratica, se ci attacchi un microfono suona automaticamente alla grande. Devi davvero sforzarti per mandare tutto a puttane. Quindi ho amato lavorare al Sound City. È anche importante, se ci pensi, che il luogo in cui registri ti permetta una certa performance. Quindi, se hai un cantante e lo fai cantare con un microfono di qualità nella stanzetta di uno studio, ottieni una determinata performance. Ma, se prendi quello stesso cantante e quello stesso microfono e li metti in una cattedrale e gli fai cantare la stessa identica parte nella cattedrale, otterrai una performance completamente diversa. Quindi il posto che scegli per registrare fa una gran differenza sul risultato.

Usiamo un po’ di immaginazione. Mettiamo che ci sia la prossima grande band di successo che viene da qualche paese remoto e che vogliano te come produttrice, ma non puoi invitarli al tuo studio. Puoi scegliere solo tre strumenti da portare con te a cui non puoi rinunciare, senza i quali non potresti mettere il tuo marchio di fabbrica sulla produzione. Cosa sceglieresti di portare?

Uh, sicuramente porterei con me gli strumenti per registrare da remoto e lavorerremo in un posto vicino a quello da cui viene la band. Ipotizziamo che siano ucraini, vorrei portarmi la strumentazione per la registrazione e andare con loro a Chernobyl per registrare lì. Pensi che otterremmo un buon suono?

Forse vi servirebbero anche delle maschere, purtroppo.

Un contatore Geiger, magari (ride, Ndr).

Il suono però penso sarebbe piuttosto pulito, non c’è nessuno.

Sarebbe “raggiante” (ancora ridendo, si riferisce alla luminescenza radioattiva, Ndr).

Che consigli daresti a chi è molto interessato alla tua professione e sta muovendo ancora i suoi primi passi nel magico mondo della produzione?

Suggerisco di lavorare con quanti più musicisti e generi possibili. Non fissatevi a lavorare solo in un mondo e, in particolare, a lavorare su un solo progetto. Perché, se impiegassi un anno a lavorare su un solo progetto, quello sarebbe un anno andato per sempre, specie se quel progetto finisse per non avere successo. Ti ritroveresti con un solo nome sulla tua discografia. Se invece, nello stesso anno, lavori a 30 diversi progetti, diversi generi musicali, quando poi presenterai la tua discografia per vendere i tuoi servizi ad altri clienti, loro avranno davanti agli occhi questa lunga lista di persone. Diranno, diamine, questa persona si è imbattuta in tutte queste diverse situazioni e avrà le conoscenze giuste per lavorare e ottenere la migliore registrazione. Quindi, suggerisco di fare il più possibile. Se puoi farlo avendo la tua strumentazione personale, suggerisco di crearti il tuo piccolo recording setup per iniziare, così che tu possa dire “Ehi vorrei registrarti, ho un mio posto, ho la strumentazione. Vieni da me e completiamo qualcosa insieme”. Poi ci sono anche altri trucchi del mestiere. Se trovi un cliente con un determinato budget, ad esempio, se negli States hai a disposizione 25.000 $, vai allo studio dove vorresti lavorare alla registrazione e di’ loro “Senti, ho un cliente con 25.000 $. Vogliamo registrare allo studio A, ma devo essere io l’ingegnere del suono. Saranno disposti a insegnarti a usare quella strumentazione, se non sei ancora molto sicuro. Ti insegneranno. E se ti dimostri in gamba, puoi diventare una persona che loro stessi chiamano quando si presenta un altro cliente.

Capisci cosa intendo? È una sorta di scorciatoia per evitare di partire proprio dal fondo, perché stai già missando e conosci già la strumentazione. Questo è un segreto, un modo un po’ furtivo di entrare.

Inoltre, cosa suggeriresti a una band o un artista che ha abbastanza materiale per registrare un LP. Quali “compiti a casa” dovrebbero fare prima di passare i cancelli dello studio per essere pronti al compito?

Suggerisco che la sezione ritmica impari a suonare seguendo il click, se possibile, quello aiuterà a portare avanti più velocemente le cose nello studio. Metto anche sempre in guardia dal provare troppo: troppe prove rendono la performance molto rigida e diventa molto più difficile cambiare successivamente le cose, quindi non provate troppo. Ma, se volete il miglior album possibile, per quell’album preparate 50 canzoni, 100 canzoni così che, come puoi immaginare, se hai 100 canzoni e devi produrre un album di 12 tracce, prenderai le 12 migliori da un gruppo di 100, e quello sarà un grande album. Tutto dipende dalle canzoni, davvero. E più tempo impieghi sulla scrittura delle canzoni e sulla preparazione di quante più canzoni possibili, maggiore sarà la qualità del tuo album.

E, secondo te, cosa dovrebbe cercare un artista nel suo produttore o ingegnere del suono?

Vediamo, sto vendendo un po’ me stessa adesso. Spero non vi dispiaccia che il produttore imbocchi la strada più lunga per giungere al risultato, siate pazienti e, nella vostra tabella di marcia, lasciate spazio per la sperimentazione e per provare nuove cose. Siate disposti a farlo. Se il vostro produttore non ha voglia di provare cose nuove, otterrete un risultato che suonerà esattamente come qualcos’altro. Se volete qualcosa di originale, se volete calpestare terreni inesplorati, allora vi serve qualcuno che sia più creativo. E poi la creatività nello studio è così divertente!

E allora quali sono i tuoi attuali e prossimi progetti?

Vediamo, ho finito da poco di lavorare a un paio di progetti. Uno per una band che si chiama Goddamn nel Regno Unito, una band molto rumorosa. Ragazzi, sono esattamente come il nome suggerisce. Abbiamo fatto delle registrazioni alla stazione Aldwych della metropolitana di Londra: ho portato il mio equipaggiamento portatile, la mia strumentazione a batterie nella stazione abbandonata e abbiamo registrato là sotto. Fantastico ciò che ne è venuto fuori. Quindi, questo l’ho completato e presto verrà pubblicato. Il secondo progetto che è stato finito e verrà presto pubblicato è Lucy Loves Fur, che abbiamo in gran parte registrato ai Capitol Studios e anche in uno studio in un castello a Dresda, chiamato Castello Rosdorf, che è favoloso. Il prossimo a cui lavorerò è un progetto che si chiama Stardragon e faremo alcune registrazioni allo Studio 2 di Abbey Road, la stanza dei Beatles, tra due settimane. Lavorare in quella sala, per me, è come spuntare qualcosa dalla mia lista dei desideri, parliamo probabilmente dello studio più famoso al mondo.

Bene Sylvia, sei stata fantastica e ti ringrazio per il tuo tempo. Un saluto da tutta la redazione de L’Olifante!

Grazie, il vostro è davvero una pubblicazione notevole. Mi piace moltissimo. Anche la direzione artistica è fantastica!

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