Sono cresciuto ascoltando esclusivamente quella che comunemente viene chiamata “musica classica”. Ho un vivido ricordo del mio attaccamento a questo genere e di come la passione con la quale mi recintavo all’interno di queste pareti mi consentisse di spaziare al  massimo fino alle porte del Jazz. Di tutto il resto mi sono privato a lungo senza averne consapevolezza: semplicemente gli altri generi non mi piacevano, o non li consideravo. 

Un notturno di Chopin, una sinfonia di Beethoven, il Requiem di Mozart, La Sinfonia dal nuovo Mondo di Dvorak sono solo alcune delle composizioni che rappresentano per me uno spazio sonoro che riconosco da sempre come rifugio. Ho costruito la mia semantica di affetti musicali attorno a più di mille anni di musica, dai canti gregoriani del basso medioevo alle sinfonie classiche, dai valzer romantici alle composizioni dodecafoniche. Ho avuto anche modo di interpretare molta di questa musica e di eseguirla davanti a centinaia di persone.  

È difficile descrivere le sensazioni che si provano ascoltando la “propria” musica, però posso immaginare che ognuno di noi abbia provato almeno una volta quel moto interiore inconfondibile. È una sensazione sconvolgente che pervade ogni senso del nostro corpo. Durante quell’attimo affiorano forti emozioni, ricordi, sensazioni fisiche, cambiano persino il ritmo del nostro respiro e la percezione di sé all’interno dello spazio. E tutto solo perché si sta ascoltando ciò in cui ci riconosciamo di più. 

Posso dire, con il senno di poi, che la mia sia stata, in ogni caso, una chiusura ermetica, volontaria e bigotta, poi andata lentamente sgretolandosi, non prima di avermi trascinato in tante accese discussioni con chiunque provasse a smuovermi da quella posizione rigida, tra l’altro con argomentazioni più che valide e foriere di mentalità decisamente più aperte della mia. Ma, nonostante oggi mi senta genre-free, vado particolarmente fiero del periodo appena descritto, perché ho la percezione di aver appreso una lezione importante sulla musica e forse anche sulla vita. La Musica, quella vera, eleva l’anima degli ascoltatori al di sopra di se stessa, sempre.

Ma che significa “quella vera” ?

Io sarei propenso a dire che la musica, quella vera, è la musica colta. Ma, se pure avessi ragione, cadremmo in un paradosso temporale. Quella che io definisco come musica colta viene chiamata comunemente musica classica. Però la musica classica (Mozart, Beethoven, ecc.) è, storicamente parlando, quella che si colloca tra l’epoca Barocca (Bach, Vivaldi) e l’epoca Romantica (Chopin, Puccini). Lungi da me però limitare i confini della musica vera a solo un periodo di poco più di un centinaio d’anni. D’altra parte, se la chiamiamo musica colta, vuol dire allora che tutto ciò che vi è escluso è musica popolare o leggera? Sembra una concezione piuttosto degradante, eppure ci sono diverse componenti che potrebbero essere prese in considerazione: la complessità, la spiritualità e la non commerciabilità di alcuni generi musicali portano facilmente i fruitori a pensare di avere un livello differente di percezione delle vibrazioni che li investono. Il problema che voglio presentare è però ancora più profondo e grande della mera questione lessicale ed è slegato dai parametri di confronto, per nulla assoluti rispetto al tempo in cui se ne parla. 

La musica, quella vera, è il solo frutto di una profonda e continua ricerca atta a tramandare non tanto il contenuto quanto il suo valore. Dobbiamo spingerci costantemente oltre, mettere in discussione ogni suono che ci scivola addosso spremendone il frutto e percependolo con tutti i sensi. La musica vera non è solo una questione di ascolto, deve essere per forza qualcosa di più. Riguarda noi come esseri umani, e occupa uno spazio che necessita di essere riempito in ognuno di noi.  Serve esercizio, dedizione e passione. In cambio, si ottiene qualcosa che non ha prezzo e non ha tempo. Ecco un altro aspetto centrale: il tempo è forse il più grande fautore e rottamatore delle tendenze e dei gusti. Basti pensare al rapporto che hanno i giganti della musica con esso, mentre con ogni probabilità tutti i nomi a cui possiamo pensare attualmente tra qualche secolo potrebbero essere null’altro che questo: piccoli nomi, fruiti da un’èlite molto ristretta, all’interno di una vasta enciclopedia musicale. 

La facilità con cui oggi accediamo a più di 60 milioni di brani è un dono di inestimabile valore, se pensiamo che in ognuno di quei minuti di streaming potrebbe nascondersi della musica vera. Ma come ogni possibilità dall’enorme potenziale, anche questa apre a scenari di dispersione, di rarefazione dell’interesse, di ricerca di un’immediatezza che favorisce un ascolto liquido, superficiale e insensibile. La musica è tra l’altro l’unica arte che sembra accrescere il suo bacino di seguaci oggi, specie se confrontata ad altre come la pittura, la poesia, il teatro, la danza. La verità è però che, se non ci occupiamo di cercare, individuare e valorizzare la musica vera, ci dimenticheremo completamente come si fa, incenerendo una grossa parte delle nostre personalità, quella che esercita la critica.  

Oggi ascolto molti più generi musicali, ricercando nuovi rifugi e sperimentando nuovi modi di percepire i suoni, di associare sensazioni e affetti. La musica continua a emozionarmi, talvolta mi sconvolge e tutto, intorno a me, si ferma per un attimo. Non smetterò mai di continuare a cercare questi momenti e mi sento perciò di lanciare un appello da queste colonne, affinché questo sforzo possa rinnovarsi ancora e ancora, divenendo sempre più comune: salviamo la musica, quella vera.

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