Il ritorno del vinile: tra marketing ed emozioni

Iniziamo con lo sfatare alcuni miti e luoghi comuni.

Il revival del vinile altro non è che una mossa di marketing. Forse, però, la verità non è tutta qui. Nel concreto parliamo di una nicchia di mercato che, nelle più rosee aspettative per il prossimo futuro, non arriverà neppure al 7% dei ricavi del mercato musicale. Non si può neanche parlare – come molti fanno – di una qualità audio superiore in senso stretto: la stragrande maggioranza dei vinili odierni nasce da processi di mastering digitale, perdendo così la caratteristica pasta analogica di una volta. Con lo scorrere del tempo, i bordi incisi nel disco si usurano rendendo il suono, sebbene piuttosto piacevole all’orecchio, privo di alcune frequenze fondamentali.

Per quanto concerne l’aspetto economico, stampare dei vinili costa in media 7 euro a copia (contro i 3 euro massimi dei CD), con pesanti limitazioni in quanto a minutaggio (40 min in caso di singolo LP, contro i 70/80 dei CD) e costi fissi di stampa da sostenere a prescindere dal quantitativo ordinato. Per non parlare della fragilità, della cura con cui si devono trattare i dischi e dei costi per un impianto audio in grado di valorizzarli.

Allora come è possibile che sia tornato di moda?

Da decenni ormai i musicisti non guadagnano più dalle vendite delle copie fisiche e il ritorno del vinile non può certo definirsi un movimento partito dal basso. È chiaro che siamo davanti a una scaltra mossa di marketing spinta da major e artisti affermati (del calibro di Arctic Monkeys, Adele, Ed Sheeran, Coldplay, Royal Blood). Questi hanno iniziato a distribuire i propri album anche in tale formato per fronteggiare un calo vertiginoso delle vendite dei CD e per cercare, al contempo, di combattere la crescente pirateria con un formato non riproducibile come il vinile. Quindi, in un mondo dove i ricavi digitali rappresentano ormai più della metà dei ricavi totali, il vinile emerge, non a caso, contestualmente al periodo di massima digitalizzazione della musica con l’ascesa del colosso Spotify.

Ma questo non è un articolo a sfavore dei vinili e ci sono altri aspetti da considerare. Infatti, nonostante tutto, dal 2006 le vendite dei vinili non fanno altro che crescere e, nel 2016, si sono addirittura registrate 3,2 milioni di vendite, al pari del lontano 1991. Contrariamente a quanto si possa pensare, vere artefici del revival dei vinili non sono le generazioni che l’hanno visto nascere, quanto invece quella dei Millennial. È proprio dagli occhi di un under-35 che si può evincere come e perché i vinili oggi possano ancora essere una valida mossa di marketing. Occorre perciò capire quali motivazioni li spingano all’acquisto e perché ne sentano ancora il bisogno. 

I Millennial, cresciuti in questa epoca musicale di transizione, hanno voglia di materializzare l’esperienza musicale resa sempre più superficiale e digitale dallo streaming. In un’economia dove l’esperienza collegata all’utilizzo del prodotto/servizio conta sempre più dello stesso in quanto tale, il ritorno dei vinili è quasi una risposta fisiologica dell’attuale mercato musicale dominato dalle playlist Spotify. D’altro canto i Millennial hanno già dato prova di essere amanti del vintage e del rétro, specie nello stile e nella moda. Di fatti, siamo irresistibilmente attratti da quello che, per ragioni anagrafiche, non abbiamo mai potuto provare. Collezionare vinili diventa allora uno strumento nostalgico per sentirsi ancora appartenenti al mondo musicale del passato, spesso senza neanche possedere effettivamente un giradischi. 

Bisogna tenere ben presente che i motivi che spingono i consumatori ad acquistare vinili nel 2019 hanno spesso poco a che fare con la musica in sé. Per la stragrande maggioranza degli acquirenti, il disco nero altro non è che un oggetto di culto, da collezione o addirittura di protesta contro le tendenze attuali del mercato musicale. Non rappresenterà quindi un’ancora di salvezza per assicurarvi una distribuzione capillare per il vostro lavoro ed è utopistico pensare di puntare totalmente su di essi. Resta comunque, per gli artisti che ne hanno la possibilità economica, un formato da non sottovalutare per far breccia tra i cultori, i collezionisti e gli appassionati di musica, ripristinando un certo contatto fisico con i propri fan.

Inoltre il boom del vinile porta con sé una ventata di nuove opportunità di business. Basti pensare alla Viryl Technologies che ha ideato un macchinario di nuova generazione per realizzare dischi in vinile con tecnologie software all’avanguardia. Col tempo chissà, si potranno abbattere costi e tempi di produzione, contribuendo a un ulteriore passo in avanti nel mercato.

È presto per capire quanto potrà durare la “febbre del vinile”. È altrettanto innegabile che i CD stiano lentamente morendo e che i vantaggi di un ascolto in streaming leggero, comodo, economico e ovunque ci si trovi siano sotto l’occhio di tutti. Il fatto che la risposta più concreta a questa tendenza dilagante sia proprio l’ascesa della sua perfetta antitesi ci vuole forse suggerire che non siamo ancora pronti a una totale dematerializzazione.

In conclusione, a mio avviso, il mondo musicale non può essere solo governato dal mercato, da trade-off costi/benefici e da bilanci economici. Abbiamo ancora bisogno di provare le emozioni che solo una testina su un vinile può darci. Abbiamo ancora bisogno di musica che sia “imperfetta”, un qualcosa di tangibile che resti nel tempo e che non sia etereo come un mp3 in streaming.

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