Intervista a Adriano Bonforti, co-founder Patamu

Patamu è la piattaforma web nata per tutelare dal rischio di plagio le opere dei creativi di tutto il mondo, dall’industria discografica all’ingegneria del software. Fondata con poco più di 100mila euro di finanziamenti, raccolti tra privati e due premi (“Inventare il Futuro” dell’Università Alma Mater di Bologna e il premio “Fondo per la creatività” della Provincia di Roma), la startup ha raggiunto quota 19mila iscritti e messo sotto chiave un totale di 84mila opere con la sua applicazione principale: Patamu Registry, il registro delle creazioni caricate sul portale online.

Ma come funziona il sistema? 

Gli artisti possono assicurarsi la paternità sull’opera con la “marcatura temporale”, procedimento informatico che consente di dimostrare l’originalità del contenuto: nel momento stesso di registrazione dell’opera, si genera una prova di anteriorità con valore legale nei 172 paesi che aderiscono alla Convenzione di Berna. Il servizio è gratuito in fase di prova, con la possibilità di sottoscrivere una versione “advanced” (36 euro annui) e “professional” (73 euro annui). Di recente la società si è allargata anche alla consulenza legale con consigli o interventi (Patamu Legal) e un servizio riservato alle performance dal vivo: Patamu Live, pensata per l’autoriscossione dei diritti d’autore durante le esecuzioni in pubblico.

Abbiamo incontrato Adriano Bonforti, co-founder & CEO di Patamu, servizio che permette a qualsiasi autore di opere di ingegno di tutelare la propria opera dal plagio prima di diffonderla in rete o attraverso qualsiasi altra modalità. Per opere d’ingegno s’intendono chiaramente tutte quelle opere creative che necessitano di essere tutelate e, quindi, non solo musica ma anche testi, codici informatici, romanzi, opere illustrate e tanto altro.

Ciao Adriano, domanda a bruciapelo: Patamu o Patamù? Ci puoi svelare dei retroscena sull’origine del nome e su come Patamu è stata fondata?

Ciao e grazie mille per quest’intervista! Questa prima domanda già apre un mondo. La risposta rapida e un po’ criptica è che si scrive Patamu ma si dovrebbe pronunciare (teoricamente) Patamù. Per spiegarvi il perché, dovrò rivelarvi un po’ di segreti che non sono mai stati svelati a nessuno, e vi pentirete di averci dato carta bianca sulla lunghezza delle risposte. Il primo segreto è che il nome originale di Patamu era Ubumusique. Infatti all’inizio ci rivolgevamo principalmente a chi faceva musica e utilizzava le licenze Creative Commons, per cui volevamo coniugare la parola musica con il concetto di condivisione. Ci piaceva il prefisso in lingua bantu “Ubu”, che dà il nome al famoso sistema operativo Ubuntu e all’opera teatrale Ubu re di Alfred Jarry (come sanno bene i Pere Ubu!), e che significa proprio condividere. Il problema è che Ubumusique suonava davvero bruttino e non lo ricordava nessuno. Per fortuna il buon Alfred Jarry era abbastanza fissato con i prefissi bantu e aveva fondato la società francese di Patafisique di cui facevano parte artisti, scrittori, scienziati e creativi. Ci piaceva questa idea dell’universalità del sapere e così abbiamo tagliato “musique” in “mu” per rivolgerci a tutte le forme di creatività, ed è nato Patamu! Ecco, questa è una delle spiegazioni possibili (da buon fisico non garantisco che non ve ne siano altre in altri universi o in questo stesso). Detto questo, se scrivete che è un nome di fantasia per tagliare un poco, non ci arrabbiamo (ride, ndr).

Patamu nasce da un’esigenza personale e si è trasformata in un progetto per la collettività. Mi è sempre piaciuto scrivere e comporre musica, così da giovanissimo mi sono iscritto alla SIAE, scoprendo però ben presto che questo comportava anche tanti vincoli e mi limitava nella possibilità di usare liberamente le mie stesse opere. Dopo varie vicissitudini, sono riuscito a disiscrivermi. Ho quindi cominciato a riflettere sul meccanismo di vincoli e obblighi su cui si basava quel sistema, cercando di capirne i punti critici e cercando di costruire un servizio che partisse da presupposti completamente diversi. Molti artisti non fanno girare le proprie opere per paura di essere copiati, ma non le tutelano per la paura di essere vincolati. Con Patamu cerchiamo di coniugare la tutela e la libertà dell’artista. 

Nel 2019 sono ancora molti i piccoli autori (anche giovani) che hanno incertezza nell’affidarsi ad agenzie che non siano SIAE. Quali sono i punti di forza di Patamu e perché un autore non deve avere timore nell’affidare a voi la tutela delle sue opere?

Patamu Registry, il principale servizio offerto da Patamu, offre un servizio per la generazione di prove d’autore che ha lo stesso valore legale del Deposito Opere Inedite SIAE, ma attraverso modalità di deposito più semplici, con una maggiore durata della validità e a costi nettamente inferiori. È possibile realizzare il deposito in pochi minuti, ed è anche possibile usare contemporaneamente più tecnologie di tutela al momento del deposito (è ad esempio possibile associare alla tecnologia di marcatura temporale anche la tecnologia blockchain).

La cosa più interessante è che Patamu non chiede nessuna esclusiva sulle opere depositate, non impone nessun vincolo agli autori ed è compatibile con qualsiasi altro servizio. Gli autori sono liberi di utilizzare il servizio di deposito anche se sono iscritti a una collecting tradizionale e possono disiscriversi in qualsiasi momento.

Ci stiamo anche dedicando in parte al mondo delle royalties, permettendo a chi esegue le proprie composizioni dal vivo di poter utilizzare il servizio Patamu LIVE (attivo ormai da vari anni) per riscuotere le proprie Royalties – anche qui senza vincoli di permanenza.

I nostri punti di forza sono quindi la facilità e la rapidità d’uso, e la possibilità di avere a disposizione i nostri servizi senza essere però vincolati a volte anche per più di un anno, come accade in SIAE.

Il primo numero del nostro magazine tratta il tema dell’evoluzione. In questo senso ci è sembrato naturale fare un approfondimento sul diritto d’autore e su come si è instaurato un processo evolutivo a partire dalla (tardiva) applicazione della Direttiva Barnier in Italia. Perché un regime di monopolio è sbagliato e perché l’instaurarsi di una concorrenza ha consentito a tutto il sistema di fare un passo in avanti?

Da ricercatore in biologia evolutiva è fantastico essere intervistati in un numero dedicato all’evoluzione e ricevere questa domanda mentre parliamo di Patamu e diritto d’autore! 

La presenza di competizione impone, tanto negli organismi biologici quanto nella società umana, la ricerca di nuove soluzioni che permettano di sostenere il passo con la concorrenza. Si crea dunque una gara virtuosa, che porta tutti gli organismi in competizione a migliorare la propria offerta. Nel caso del diritto d’autore, la presenza di un monopolio ha provocato a mio parere due tipi di danno distinti per gli autori. Da una parte, non avendo competitor nazionali, la SIAE non ha sentito una “pressione evolutiva” che la obbligasse a migliorare in termini di servizi e trasparenza. Dall’altra, il regime di monopolio ha impedito la nascita di altre realtà più piccole e più “su misura” che magari, a differenza della SIAE, si sarebbero potute dedicare a specifiche tipologie di autori e di categorie artistiche,  risultando magari più efficaci di una realtà generalista come la SIAE. L’assenza di competizione ha fatto sì che ci fosse poca attenzione per i piccoli e medi artisti, che le regole fossero poco chiare e la burocrazia lenta. 

Le cose stanno finalmente cambiando, anche se la direttiva Barnier non è ancora stata recepita in tutta la sua interezza e questo continua a creare disparità tra i differenti player. Patamu lavora da anni per aprire le porte alla competizione e questo lavoro andrà a vantaggio anche della maggior parte degli artisti iscritti alla SIAE.

Tuttavia non sempre la concorrenza è leale e, probabilmente, non lo è mai stata. Una piccola panoramica sulla condanna dell’Antitrust a SIAE che vi ha visti coinvolti in prima persona.

La recente istruttoria dell’Antritrust, di cui siamo stati promotori, si è conclusa con una condanna che impone alla SIAE di intraprendere una serie di cambiamenti interni per migliorare i propri servizi ed essere più trasparente sia con la concorrenza che con i propri iscritti. Ora si tratta di vedere se SIAE si adeguerà alle richieste dell’Antitrust: in realtà è sul piede di guerra e ha già fatto ricorso presso il TAR, mentre dovrebbe essere contentissima perché la concorrenza e l’antitrust hanno lavorato gratuitamente per lei, producendo una serie di proposte costruttive per imporle di essere più trasparente.

Patamu, sostenuta dai suoi 10.000 artisti, ha giocato allora tutte le carte a disposizione: una lettera aperta al Ministro Franceschini, una petizione per il monopolio SIAE che ha raggiunto quasi 30000 firme, un esposto all’AGCM ed infine la scelta coraggiosa – che ha destato scalpore – di iniziare a competere direttamente con la SIAE dall’Italia, superando quindi di fatto la legge del 1941 sul monopolio, ancora vigente ma in palese contrasto con le normative europee e con il libero mercato.

Sono stati anni di dure lotte. Dopo 8 mesi dall’esposto, l’Antitrust si è espressa sulla questione, inviando un parere ai Presidenti della Camera dei Deputati, del Senato della Repubblica e del Consiglio dei Ministri, usando parole molto chiare a favore dell’abolizione del monopolio SIAE, a pochissimi giorni dalla votazione anche in Senato della delega al governo per la ricezione della direttiva Barnier. Finalmente, dopo 3 anni dall’esposto, è stato accertato in modo oggettivo e inconfutabile che la SIAE ha danneggiato ingiustamente per anni nuove realtà come Patamu e reso la vita meno facile a decine di migliaia di artisti che avevano la sola colpa di non voler essere rappresentati dalla SIAE. Ora la strada è ancora in salita ma, poco a poco, riusciremo ad affermarci anche per servizi finora forniti solo dalla SIAE, come la riscossione dei diritti d’autore.

Purtroppo, ad ogni modo, il problema dell’ecosistema culturale italiano non è solo dato dai comportamenti di SIAE, ma anche dalla mancata ricezione delle normative europee e dalla difesa ad oltranza del monopolio nel corso del tempo: il risultato è che le realtà italiane vivono delle distorsioni rispetto alle realtà fondate all’estero, e a rimetterci sono proprio gli artisti che hanno una libertà di scelta limitata. Questa situazione spinge le realtà italiane ad andare all’estero e danneggia le imprese culturali italiane che, tra le prime in Europa a portare innovazione in questo campo, si sono poi viste superare da chi, arrivato molto più tardi in altri paesi, non aveva gli stessi paletti che ci sono da noi. 

Le keywords più frequenti che appaiono cercandovi sul web sono Copyleft e licenze Creative Commons. Sembrano paroloni complicati ma in realtà c’è molto di più.

Con la nascita e lo sviluppo delle tecnologie digitali, i processi di produzione e di fruizione e distribuzione delle opere sono fortemente cambiati. Maggiore diffusione delle opere vuol dire anche maggiore contaminazione e biodiversità culturale: grazie alla rete sempre di più artisti di Paesi diversi possono confrontarsi tra loro e partecipare a progetti collaborativi. Il concetto di proprietà intellettuale sta cambiando ed è sempre più teso a far sì che la conoscenza e le opere già create siano liberamente disponibili a tutti, in modo tale che gli innovatori di domani possano costruire su di esse.

Per rispondere a questi sviluppi, sono nate le licenze Creative Commons (CC), con le quali l’autore “apre” alcuni diritti, ovvero permette l’uso della propria opera in certi specifici casi, a patto che vengano rispettate le condizioni da lui richieste. Queste licenze possono essere coniugate con vari livelli di “apertura”. L’utilizzo delle licenze CC è particolarmente adatto per diffondere facilmente le proprie opere, pur imponendo alcune condizioni sull’utilizzo delle opere da parte di terzi.

Patamu lavora in questa direzione sin dalla sua fondazione, offrendo un sistema per generare una prova d’autore per le proprie opere, con l’intento non di chiuderle dopo la protezione, ma di permettere all’autore di diffonderle più facilmente, senza vincoli e senza la preoccupazione di essere plagiato. È nostra convinzione infatti che un autore che si sente più sicuro sia più invogliato a condividere e “aprire” la propria opera invece di chiuderla nel cassetto.

A conferma del successo di questa visione, nonostante Patamu permetta la libera scelta tra licenze Creative Commons e copyright tradizionale, più della metà delle 80.000 opere depositate su Patamu sono rilasciate con licenze Creative Commons o altri tipi di licenze libere. 

Come funziona tecnicamente la marcatura temporale? Avete mai pensato di passare a un sistema di Blockchain?

Da più di due anni offriamo ai nostri utenti la possibilità di marcare anche in Blockchain, oltre che tramite la “marcatura classica”. Entrambe le modalità di tutela permettono di dimostrare la paternità di un’opera ed entrambe permettono di certificare la data di esistenza di un certo contenuto. La principale differenza è che mentre per la marcatura classica ci si affida ad un ente certificatore istituzionale che dà alle marcature una durata garantita di almeno 20 anni, per la marcatura Blockchain ci si affida ad una rete distribuita mondiale inviolabile che non ha scadenze predefinite. Attualmente Patamu utilizza la blockchain dei Bitcoin, la cryptovaluta nata nel 2009 e affermata ormai a livello mondiale.

Le marcature digitali si basano principalmente su due principi: l’hashing ed il timestamping. L’hashing consiste nell’applicare un algoritmo di hash su qualunque tipo di contenuto (documenti, immagini, audio, ecc…) per ottenere una breve sequenza di caratteri che lo rappresenta. In pratica si può dire che l’hash costituisca l’impronta univoca di un contenuto. Il timestamping è un meccanismo che, attraverso un sistema di chiavi crittografiche, permette di affermare che un certo contenuto (o il suo hash, che è la stessa cosa) esiste a partire da una certa data.

I meccanismi di hashing e timestamping permettono di dimostrare qual è la data esatta in cui un utente ha depositato un certo contenuto dichiarando di esserne l’autore. In assenza di prove antecedenti e contrastanti, la prova generata diventa una prova d’autore legalmente valida e riconosciuta.

Nel caso della marcatura classica, la validità e l’inviolabilità della prova sono garantite da enti di certificazione dello Stato Italiano e dell’Unione Europea, e riconosciute in tutto il mondo grazie alla Convenzione di Berna. La blockchain è invece un registro distribuito, la cui robustezza è validata ogni secondo da milioni di computer di tutto il mondo, che si presta perfettamente come modalità alternativa per certificare la data certa di un dato deposito. In Patamu abbiamo deciso di creare la prova principale con la tecnologia di marcatura temporale (quella istituzionalmente riconosciuta) e di offrire la possibilità facoltativa di realizzare anche il deposito su blockchain, che però è sempre accompagnato anche dalla marcatura temporale. In questo modo manteniamo alto il tasso di innovazione, ma anche la certezza che le prove generate dai nostri iscritti siano valide legalmente.

C’è tra i progetti futuri la possibilità di integrare un sistema di gestione royalties anche per le riproduzioni online e in radio oltre che per i concerti? Spiegaci come funziona oggi Patamu per i concerti.

Il progetto c’è e stiamo lavorando per offrire ai nostri iscritti un servizio di gestione royalties a 360 gradi, ma in Italia il monopolio non è ancora del tutto abolito e la strada è ancora un po’ in salita. In ogni caso è attivo già da molti anni Patamu LIVE, un servizio che permette agli autori di riscuotere royalties per i loro concerti dal vivo senza passare per la SIAE. Patamu aiuta gli autori a riscuotere dal gestore i propri diritti d’autore, in un contesto di totale trasparenza perché vengono versate tutte le ritenute fiscali anche per conto dell’autore.

La quota di servizio trattenuta da Patamu va dal 20 al 30%, a scelta dell’autore. Non esistono vincoli o esclusive, si può usare il servizio e disiscriversi quando si vuole. Abbiamo da poco lanciato anche il servizio Patamu TEATRO, che offre un aiuto nella riscossione di royalties per le rappresentazioni teatrali.

Un saluto ai nostri lettori e un invito ad allargare gli orizzonti per valutare le alternative che il mercato oggi può offrire.

Grazie prima di tutto a te e a Elephant Music per averci proposto questa intervista, e grazie a tutti i lettori che per averla letta in toto o in parte.

Se siete artisti o creativi, veniteci a trovare su Patamu.com o scriveteci una mail con le vostre domande e curiosità, saremo felici di rispondervi. Il mondo digitale ci sta connettendo sempre di più in una grande comunità globale, che offre infinite opportunità. Vi invitiamo non solo a provare Patamu per capire se fa per voi, ma anche a scriverci per aiutarci a capire come possiamo aiutarvi, anche attraverso nuovi servizi, a trasformare l’arte e la creatività nella vostra professione.

Trovi questo e tanti altri approfonidmenti tra le pagine dei nostri libri

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