Giulio Ragno Favero, bassista della disciolta band Il Teatro degli Orrori, produttore discografico e sound engineer live. Un professionista della musica che ci tenevamo a sentire la scorsa estate, in quella brevissima parentesi ad agosto 2020 in cui qualcosa dal vivo si è mosso in Italia, nonostante tutto. Con lui abbiamo chiacchierato del suo lavoro, dei suoi progetti, della sua visione sullo stato dell’arte della musica in Italia.

Ciao Giulio, noi avevamo già avuto modo di chiacchierare nel programma web TV Beli(e)ve. Ora ci conosciamo offline, grazie a queste prime tappe dei tour estivi. Intanto quali sono le tue sensazioni legate a questa ripartenza?

Sicuramente è una cosa bella essersi rimessi al lavoro, seppur non coi ritmi di prima. Purtroppo però la prima cosa che salta in mente è che non siamo molto contenti di come stanno lavorando gli altri. Parlo dei nostri “antagonisti” in discoteca, coi quali abbiamo differenze abissali. Noi stiamo lavorando a metà regime, con metà cachet, metà pubblico, rispettando tutte le regole possibili e immaginabili. Sembra che gli altri non abbiano ricevuto le nostre stesse direttive. Un po’ ti infastidisce, però dai bene così. Non sappiamo cos’ha in serbo per noi il prossimo inverno, perché i locali non potranno riaprire nelle modalità solite e c’è questa luce che lampeggia e sembra dire “siete pronti al Lockdown 2?”

Il ritorno del lievito madre…

Esatto, siamo nati pronti, pizza in forno!

(ridendo, Ndr)

Sappiamo che stai lavorando a un tuo nuovo progetto musicale. Come concili l’impegno legato a nuova musica in fase embrionale con il lavoro che svolgi come produttore e sound engineer per gli altri, anche in tour. Quanto sono lunghe le tue giornate?

In un periodo come questo, cerchi di prenderti tutti i lavori che riesci. Sto quindi avendo effettivamente un po’ di difficoltà a dedicarmi a delle cose sulle quali ho delle idee, ma sto facendo il possibile per trovare il tempo. Sono contentissimo però di poter uscire un po’ di casa e poi in realtà ho sempre fatto anche questo lavoro, anche quando suonavo con One Dimensional Man e con Il Teatro. Ho seguito gli Zu per tanti anni e tanti gruppi di Padova, farei un po’ di fatica senza stare all’aria aperta. Stare dietro il mixer fa parte di me tanto quanto suonare. Come faccio? Colesterolo alto, pressione alta, non si dorme… Come si fa? (scoppiando a ridere, Ndr) Ci si ammala, si muore giovani, però felici.

Possiamo dire che, con Il Teatro e gli altri, hai lasciato comunque una tua impronta sulla Musica Alternativa italiana specie a partire dai primi anni 2000. In quanto persona informata sui fatti, come vedi la scena alternativa musicale italiana al momento? C’è del margine per costruire un’alternativa convincente al nuovo Pop?

Faccio una premessa. A mio avviso, i gruppi in cui ho militato non facevano parte di una scena. In generale, per quella che è la mia esperienza, “scena” non è una parola che si addice ai movimenti di musica italiani. Non ho mai visto una vera unione di intenti. Ho visto persone che hanno cercato di farlo. E penso a La Tempesta o a Manuel Agnelli, a personalità comunque capaci di canalizzare energie. Però non so quanto poi i membri delle band italiane si sentissero parte di una scena. Noi sicuramente no. Quindi già nel passato ho sempre avuto le mie riserve su questo tipo di approcci. Nel presente, ti dirò che non ne so nulla (sorridendo, Ndr). Mi piace molto lavorare con artisti che magari hanno fatto molto poco o hanno voglia di sperimentare cose nuove, perché è più stimolante anche per me. Ho sempre difficoltà a relazionarmi col passato anche lavorativo, mi piacerebbe trovare nuove strade. Cerco artisti con questa linfa vitale, diversa da altri che magari sono più instradati.

Sono carne fresca…

Esatto, da macellare (risata generale, Ndr). Per il futuro, spezzo una lancia a favore di tutto il movimento Trap perché, nonostante la maggior parte dei contenuti siano – per così dire – di “bassa lega” o superficiali, mi piacerebbe scoprire artisti che vanno un po’ di più dentro le cose, che magari ci sono ma fanno un po’ più fatica ad uscire perché oggi serve stupire con gli effetti speciali. Però guardo con molto favore a quel mondo, perché noto che i ragazzini si sono messi a scrivere musica e hanno scelto loro in quale modo farlo. Per quanto riguarda le “irriverenze” nei testi, il discorso che a volte sento fare è per me ridicolo. Ci sono sempre state. Poi, ti dirò, almeno fino a qualche mese fa, ero contento di queste tendenze, ma ora ho l’impressione che si sia tutto un po’ frenato. Mi immagino che, se dovesse continuare così la pandemia, la gente avrà voglia di spaccare un po’ tutto. Quindi prevedo un ritorno delle chitarre, spero non come le abbiamo sentite finora, ma con nuove formule per esistere. Mi auguro che la parola Hardcore torni a far parte del vocabolario anche dei giovani. Una mia amica dice sempre che i ragazzini oggi hanno sempre una posa affaticata, da collo spezzato, da divano. Quando eravamo un po’ più piccolini noi, mordevamo il cemento e il divano. Ed è una bellissima sensazione, che spero venga riscoperta.

Visto che in questo numero stiamo trattando in lungo e in largo di Contaminazioni, c’è qualcosa che pensi abbia contaminato in particolar modo il tuo modo di pensare alla musica?

Beh, io sono molto curioso e mi piace essere stupito anche – adesso verrò fucilato – da piattaforme streaming come Spotify che, nel momento in cui ti metti ad ascoltare qualcosa, creano con l’algoritmo una successione di brani per te. Per come la vedo io, la contaminazione è una parte fondamentale della scrittura. Se non sei in grado di farti contaminare da qualcosa che non conosci, vuol dire che hai una chiusura che ti rende una persona che ha paura. La contaminazione è combattere la paura. Negli ultimi due anni ho ascoltato più musica africana che musica delle nostre parti e di tutto: dall’afrobeats che non è l’afrobeat, bensì una musica con approccio elettronico nata credo in Nigeria, che ha oltre all’elettronica una impronta quasi anche sudamericana, una sonorità fatta di scambi che ha anche una sua anima Pop e mi affascina un sacco. Poi io ascolto tanta musica da film, mi piacciono le colonne sonore originali e sbavo per conoscere sempre cose nuove. Se non avete il coraggio di lasciarvi contaminare, lasciate perdere!

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