Siamo con Marc Urselli, 3 volte vincitore ai Grammy Award e sound engineer di fama internazionale. Ha collaborato con Lou Reed, Mike Patton, Les Paul, U2, Jack DeJohnette, Foo Fighters, Nick Cave e tantissimi altri nomi della scena musicale mondiale. È un grande onore e un vero piacere dare voce a un professionista del genere e farci raccontare uno dei mestieri più importanti nel music business.

Partiamo da una riflessione anagrafico-geografica: Marc Urselli è il sound engineer giusto, ma nato e cresciuto nel posto sbagliato? Quanto è stato difficile ‘’farsi le ossa’’ in un ambiente come quello italiano, spesso non particolarmente pronto a valorizzare le figure professionali?

In realtà sono il sound engineer giusto nell’era sbagliata. Mi sarebbe piaciuto nascere 20-30 anni prima e non dover assistere alla totale distruzione dell’industria discografica e alla perdita di valore attribuito alla musica da parte del pubblico. Ma quando la vita ti passa limoni, tu fai limonata, quindi io faccio dischi… 

Comunque, è stato molto difficile farsi le ossa in un ambiente ostico e antagonista come l’Italia, e in particolare il Sud Italia dove c’era e (a parte qualche eccezione) ancora c’è una totale assenza di professionalità che non permette a una persona seria di lavorare seriamente. Io devo ringraziare il mio mentore pugliese, Nanni Surace, per avermi preso sotto la sua ala e avermi insegnato le basi di questo mestiere. Purtroppo la figura professionale del fonico/ingegnere del suono non è mai stata valorizzata. Anche i miei clienti dello studio di allora o chi mi assumeva come fonico live era sempre lì a fare il tira e molla sul prezzo. L’ambiente italiano non mi ha mai valorizzato, ed è per questo che ho deciso di andarmene.

C’è cultura vecchia, ma è tutta basata su storia, storia antica. Non che la storia antica non abbia un alto valore, anzi, ma non si vive solo di cultura antica, bisogna usare quella per gettare le basi e continuare a creare e dare spazio a cultura contemporanea. Sulla cultura antica l’Italia ha costruito tutto, ma ancora cerca di viverci sopra senza capire che deve investire anche su quella nuova, quella moderna, quella che i giovani propongono. Altrimenti la fuga di cervelli continuerà per sempre.

Dal punto di vista produttivo, ormai da anni sembrano essersi consolidati due macroflussi di musica nuova. Hai mai l’impressione che i nuclei per le nuove influenze musicali si creino sempre negli stessi punti del globo (States e Inghilterra), per poi andare a invadere e influenzare tutto il mercato musicale mondiale? Credi ci sia un motivo particolare per il quale ciò accade?

Indubbiamente l’America e l’Inghilterra producono sempre la quantità più grossa di musica, ma c’è musica interessante che esce da ogni nazione, e alcune scene musicali più “locali” hanno tanto da offrire anche a livello internazionale: si pensi alla scena del Metal estremo della Norvegia, la scena dell’Elettronica della Germania, la scena dell’Electro-pop Svedese, la scena Ambient/Neoclassica dell’Islanda. È ovvio che USA e UK rimangono l’epicentro della produzione musicale globale, perché sono i centri del business e i posti in cui tutti vanno a confrontarsi e mettersi in gioco. Per esempio, la scena Jazz di New York è di così alto livello perché tutti i giovani jazzisti vengono qui da tutto il mondo (e dalle scuole come Berklee e NEC), a misurarsi con chi è già da tempo nella Grande Mela. E quando arrivano, si trovano a dover fare i conti con una scena collaudata e piena di professionisti che hanno tanto da dire. Il giovane o meno giovane musicista appena arrivato può, quindi, decidere di tornare a casa con la coda fra le gambe o di mettersi sotto a lavorare più duramente per poter essere alla pari con i migliori. Da questa energia di spinta in avanti e al miglioramento, cresce poi l’intera scena come un ciclo nel quale affinamento tecnico e ampliamento di vedute e di esperienze si auto-alimentano, accrescendo il livello generale in maniera esponenziale. E chi ne gode è proprio la musica e l’ascoltatore. Per quello ho scelto di vivere a New York e a Londra.

Con l’avvento del nuovo millennio, si ha anche la sensazione che il Nord Europa stia invertendo un po’ la rotta, allontanandosi da quel ruolo di generatore di Metal a cui ci ha abituati. Credi che l’unione portata dai nuovi mezzi di comunicazione possa da sola spiegare il fenomeno? È nei nuovi media che chi tenta di slegarsi da quelle che sono le influenze musicali in auge nel posto in cui vive trova i mezzi per farlo?

Non saprei dirti se questo sia un risultato dell’unione portata dai mezzi di comunicazione o altro. Sicuramente ciò ha una sua influenza, ma credo che ci sia anche una maggiore consapevolezza della località di una scena e soprattutto di una tradizione nel contesto globale, ma anche di una responsabilità sociale innata. Ci sono flussi migratori dai quali prima o poi ogni musicista professionista si sente attratto, e ci sono flussi di ritorno alle proprie origini che spesso fanno parte di una ricerca interiore che si sviluppa nell’ambito della crescita stessa del musicista. Credo che molte di queste scene siano adesso molto più sviluppate grazie ai mezzi di comunicazione e alla disponibilità di informazione che questi hanno portato ovunque. C’è meno bisogno di spostarsi rispetto a una volta, anche se la vera autenticità va sempre ricercata, apprezzata e vissuta nel posto originale.

Il tuo curriculum è vastissimo, e in esso figurano collaborazioni con artisti e band che hanno scritto e continuano a scrivere importanti pagine nella storia della musica. La sensazione che provi ogni volta che collabori con un big è sempre quella di un forte impatto emotivo o a lungo andare ci hai fatto il callo?

Indubbiamente ogni volta che si lavora con un big, ci sono altre emozioni in gioco che rendono la session in studio un po’ più tesa per chi, come me in quel contesto, non può permettersi errori. I musicisti famosi sono abituati a un certo tipo di servizio, e bisogna assicurarsi che quando si va in studio con loro si sia pronti a tutto e non ci siano ritardi e imprevisti, preparando tutto senza trascurare nessun dettaglio. Per esempio: quando ho lavorato con gli U2, la prima volta sono andato in studio alle 10 di mattina, nonostante loro dovessero arrivare alle 18.30; in particolare perché si trattava di uno studio che una volta era uno studio commerciale poi trasformato in uno studio residenziale, e quindi bisognava preparare tutto e assicurarsi che tutto funzionasse. La seconda volta che ho lavorato con gli U2, insieme ad Elton John, sono andato il giorno prima in studio a preparare e controllare ogni cosa, e per fortuna l’ho fatto, perché c’era indecisione sul dove fare la session, se nello studio di Julian Lennon (che è uno studio Logic) o se a casa di Bono col suo pianoforte a coda, che magari Elton avrebbe preferito come strumento.

Quando invece ho registrato i Foo Fighters la session era a EastWest a Los Angeles, uno studio super professionale dove non dovevo preoccuparmi di alcun aspetto tecnico, e quindi mi è bastato mandare le mie richieste all’assistente dello studio e andare presto a supervisionare il setup. Dave Grohl è arrivato più tardi con la band e ha portato carne cucinata al suo barbecue per tutto il gruppo, la crew e noi della produzione. Dave è una persona squisita e un ottimo grill-master! 

Facciamo un gioco: immagina che un giorno il più grande produttore del mondo ti proponga di registrare la band Rock and Roll più figa del momento. Puoi scegliere, però, di utilizzare soltanto pochissimi strumenti a parte la dotazione base necessaria per registrare: un banco, tre microfoni e tre outboards. Cosa sceglieresti? Esiste qualcosa di cui non puoi proprio fare a meno durante le tue sessioni?

Beh, semplice! Sceglierei un banco Neve con preamplificatori 1073. Come microfoni sceglierei un SM57 (perché è uno standard, è un dinamico e va bene su tutto), poi l’HUM RS-2 (che è il mio microfono a nastro stereo preferito in assoluto, lo fanno in Polonia e uso il mio spessissimo), e come terzo microfono credo che sceglierei il mio JZ Black Hole BH-1S, perché così ho un dinamico, un nastro e un condensatore e posso ottenere tutte le sonorità che voglio. Come outboard penso che sceglierei dei bei compressori, probabilmente un LA-2A e un 1176 (che ho la fortuna di avere) e magari un Fairchild 670 (che purtroppo non ho mai posseduto), che è la versione stereo del 660, in maniera da poter comprimere il bus con le valvole.

Andando a spiare sui tuoi canali social, abbiamo notato che, oltre a occuparti di audio engineering in studio e live, vai a vedere così tanti concerti da farlo sembrare un secondo lavoro. È così che vivi oggi i live, o riesci ancora a goderti gli spettacoli con gli occhi e le orecchie dell’appassionato?

Entrambi! Per me la musica è tutto: lavoro, passione, ispirazione, ossigeno per il cervello! Non ho problemi dopo 8-10 ore in studio ad andare a vedermi due concerti di fila, e poiché vivo a New York e ci sono 50 concerti ogni sera, sarebbe un crimine non approfittare di questa enorme ricchezza culturale che la città offre. Amo vedere musica dal vivo e non riesco a immaginare un modo migliore di passare una serata, quindi mi sparo un paio di concerti a sera e ne esco arricchito culturalmente, con stimoli e idee nuove, con una visione e un orizzonte ampliati, una cultura musicale allargata e contatti nuovi ogni sera.

Parlando di “engineers” italiani, hai mai la sensazione che troppi tuoi colleghi siano eccessivamente settorializzati, al punto che generalmente un artista sceglie il suo recording-mix engineer in base al genere che propone? L’impressione è che negli States questo concetto sia assolutamente ribaltato.

Guarda, io sono “strano”; se non altro sono un’eccezione. In realtà anche qui in America gli ingegneri del suono sono più di settore, e credo che ciò sia normale. I fonici spesso scelgono il genere che a loro più interessa e piace, perché è normale che uno faccia un lavoro migliore quando il lavoro gli piace. È per questo che io lavoro in più generi: perché amo più generi. Uno dei motivi per i quali ho scelto di fare il fonico, a 16-17 anni, era proprio perché non sapevo su quale genere specializzarmi come musicista, e poi mi sono reso conto che facendo il fonico posso registrare tutti i generi che mi piacciono, senza limitazioni. Quindi, oggi come oggi, registro Jazz, Rock, Metal, musica classica d’avanguardia e un sacco di altre cose. La musica è come la vita: è bella perché è varia!

Per concludere, regalaci un piccolo spoiler sui tuoi progetti o propositi del futuro.

È in uscita su BMG (spero presto ma non so quando) un disco di tributo che ho registrato e mixato con artisti come U2, Foo Fighters, Nick Cave e tantissimi altri. Sarà un disco da non perdere con un sacco di brani bellissimi e ci ho lavorato per ben due anni.

Sto anche producendo un disco che fa incontrare i più importanti throat singers al mondo con alcuni fra i maggiori musicisti Doom Metal.

Prima o poi faremo un secondo disco con Lee Ranaldo, Jim Jarmusch e Balazs Pandi (il nostro primo disco è uscito lo scorso maggio sull’etichetta austriaca Trost Records).

Ho da poco finito di mixare il nuovo disco del gruppo Black Metal italiano Funeral Oration (con cui suonavo negli anni ‘90 quando vivevo in Italia) che è appena uscito sull’etichetta Milanese Avantgarde Records.

Sto anche lavorando a un disco con i musicisti Italiani Massimo Pupillo (degli Zu) e Nicola Manzan (di Bologna Violenta), e credo che avremo un ospite d’onore che non posso ancora annunciare.

Poi la settimana scorsa ho prodotto l’artista canadese Charmian Devi e ho messo su per lei un gruppo di musicisti eccezionali (Lenny Kaye – chitarrista del Patti Smith Group, Tony Garnier – bassista di Bob Dylan e Steve Shelley – batterista dei Sonic Youth).

Infine ho in cantiere altri dischi con John Zorn e varie session in studio sia a New York che a Londra.

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