Spesso, in questo biennio di pandemia, si è sentito parlare dell’importanza dei lavoratori dello spettacolo. Soprattutto si è discusso con continuità dei professionisti un po’ più in ombra: quindi non i cantanti e i musicisti che “ci mettono la faccia” e che noi stessi siamo abituati a esaltare e idolatrare, ma tutti quei tecnici che, lavorando in team, permettono alla macchina dello spettacolo di non fermarsi mai. 

È questo il caso di Max Martulli, affermato tour manager di artisti del calibro di Afterhours, Negrita, Vasco Brondi, Diodato, Levante, nonché fondatore della nuova etichetta #Accannone Records. Un factotum della scena musicale italiana,  già molto impegnato prima del cataclisma Covid a mettere in luce la dignità e la quotidianità di chi porta il pane in tavola stando dietro il palco: suo infatti il documentario di The Dark Side Of The Show. La storia di Max, come quella di molti suoi colleghi, inizia con una grande passione e con un sogno da rockstar che poi la vita porta a trasformare in un lavoro, un lavoro tra l’altro molto figo. Stare con le mani in mano, per gente così, è impossibile. Allora Max ha approfittato dello stop forzato causato dall’emergenza sanitaria e ha deciso di riportare alla luce il suo animo da musicista, componendo e producendo autonomamente un disco che racchiude i due mondi musicali da cui proviene: il Rock e l’Elettronica. Un lavoro “senza impegno”, ovvero nato e costruito con la sola voglia di sperimentare. Perché a suonare non è l’impegnatissimo tour manager Max Martulli, ma il suo alter ego Maximarte. E il prodotto finale è Dyschodark, un concept album quasi interamente strumentale formato da 14 pezzi che, nonostante una contaminazione di generi apparentemente opposti, , si presenta con sonorità essenziali.

Anzi, considerando anche che la gestazione dell’album è avvenuta nel primo lockdown, in pieno spirito DIY, lo si può definire un album minimale, fatto in casa, nel vero senso della parola. Concept album, perché il filo che lega tutte le canzoni è la parola “dark”, che non solo torna come un’anafora nei vari titoli, ma percorre il sound di tutte le tracce. I riferimenti sono tradizionali e moderni al tempo stesso, dalla House Music degli anni 80, fino ai Daft Punk e ai Bud Spencer Blues Explosion, in un perfetto intreccio tra la chitarra elettrica e il mixer.

Le canzoni in cui prevale di più la technoDark in Vegas, Dark Project Beta, Dark of the Universe – sono forti del contributo di 2LLEE, cioè Marco Martulli, il fratello beat maker, che preme con maggior convinzione sul pedale della sperimentazione. Degne di nota anche Dark 2U, Dyschodark e Dark Cold che meglio manifestano l’anima rock, in una veste rigorosamente alternative.

A chiudere il tutto ci pensa ‘Cause It’s About the People, l’unico brano cantato e suonato insieme a Roberto Dell’Era, Rodrigo D’Erasmo, Stefano Pilia, Xabier Iriondo e Fabio Rondanini, che rappresentano il meglio della produzione Indie Rock italiana attuale, e che contribuiscono a rendere Dyschodark un disco di ottimi mestieranti, portabandiera di una musica “artigianale” che si rifiuta di indietreggiare nonostante la grande piaga del nostro tempo.

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