Etichettare un festival con un genere è davvero necessario?

Andate per un attimo con la mente alla fine dell’estate. Settembre è da sempre il mese di transizione per eccellenza: chi rientra a lavoro dalle ferie, chi a scuola o tra i banchi di università, chi esulta per il passaggio all’autunno (generando quella condizione di grigiore in  molti di noi), chi inizia la dieta (come il sottoscritto) e chi inizia a fare buoni propositi per il nuovo anno. Anche la musica in  quel periodo dell’anno vive il suo momento di transizione. La vera transizione musicale, come una  migrazione di massa, è quella che ci porta dalle piazze e dai festival organizzati in pompa magna a situazioni più raccolte, indoor, nei live club e nei pub di provincia.

Quello che non cambia nella transizione, a prescindere da come la si voglia vedere, è lo stravagante estro di organizzatori, promoter e direttori artistici. Estro che spesso si ripercuote su uno degli aspetti più importanti per la riuscita di questi mega-eventi: la scelta del nome.

Questo Talking Threads non vuole assolutamente muovere una critica all’operato di alcun Art Director della nostra penisola, ma vuole fare delle dovute riflessioni su una cosa che, da sempre, è stata per me motivo di interrogativi, anche abbastanza contrastanti tra loro. L’idea di poter collegare l’argomento I Generi alle esperienze vissute in giro per i vari festival d’Italia parte infatti da un semplice e unico interrogativo:

PERCHÉ INSERIRE UN GENERE MUSICALE NEL NOME DI UN FESTIVAL SE POI QUEL GENERE MUSICALE RAPPRESENTA UNA MINORANZA IN CARTELLONE O NON È SUONATO PER NIENTE?

Pistoia Blues, Firenze e Milano Rocks, Rock in Roma, Umbria Jazz… Sono sicuramente i più noti al grande pubblico, ma nell’underground esistono decine di festival che hanno seguito negli anni questa tendenza. Tendenza che, per fortuna, inizia ad attenuarsi negli ultimi anni, con la nascita di tanti nuovi festival che hanno deciso di non etichettarsi con un genere musicale, spesso preferendo un nome bizzarro e riuscendo ugualmente ad avere una forte brand identity. E forse il problema è tutto lì. 

Una delle principali giustificazioni che questi festival, nati anche decine di anni fa, portano in campo quando i fan fedelissimi sono seccati nel leggere il bill di artisti che andranno a comporre la rosa delle prossime edizioni, è dire che si è iniziato con quel nome lì e che poi si è cresciuti e mutati; c’è stata una “naturale” evoluzione e si è deciso di non fare più solo quel tipo di musica. Magari per aprirsi al grande pubblico, magari per fare più soldi, magari perché sono cambiati i ruoli in cabina di regia. Tutte scelte più che legittime ma che, al contempo, lasciano intendere un qualcosa a cui un festival con una certa reputazione e credibilità non dovrebbe mai rinunciare: le sensazioni legate al suo brand.

Perché, pur avendo come headliner i TheGiornalisti e nessun artista Rock in scaletta, il Rock in Roma trasmetterà ancora in alcuni quella sensazione di festival cazzuto in mezzo alla terra battuta dell’ippodromo delle Capannelle. E perché, con Ed Sheeran tra gli headliner, al Firenze Rocks si è registrata un’affluenza di più di 200mila paganti, dal cui novero non si può escludere una quota consistente di rockettari. 

Insomma, da qualunque angolo la si guardi, la questione ha diversi risvolti. Certo è che, volendo fare un discorso più etico che economico, i festival musicali non sono di certo i primi ad abbandonare i propri “fedeli” e il proprio genere per abbracciare nuove folle e diversificare. Lo fanno persino gli stessi artisti, generando quella shitstorm incredibile all’annuncio di ogni nuovo singolo.

Quindi, se è vero che nel nome del Marketing sparirà ogni briciolo di contenuto, è anche vero che sempre più correnti emergenti, spesso dal basso, riescono a raggiungere obiettivi che, solo qualche anno fa, sarebbero stati impensabili, portando a compimento un’idea senza trasmutarla (per ora) in qualcos’altro.

Le folle di delusi sono sempre più numerose e a queste consiglio di esplorare. Non fermatevi ai grandi nomi e avvicinatevi alla sperimentazione di nuove avventure.

Fare qualche chilometro in più e andare in festival con nomi più piccoli ma con un’identità forte, con un’organizzazione importante alle spalle e in cui si possono ancora utilizzare dei soldi (e non dei token) per acquistare una birra durante un concerto può essere la scelta che svolterà la vostra prossima estate.

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