Intervista a Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti

Era l’autunno del 2019, nessuno sospettava nulla del pandemonio che sarebbe iniziato una manciata di mesi dopo e incontrammo Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti prima del suo spettacolo per il tour di Graphic novel is back, al Bebop, un piccolo club a Taranto. 

Un’intervista datata che ci ricorda il valore delle piccole situazioni live fuori stagione e della contaminazione tra arti.

Benvenuto a Davide Toffolo sulle pagine de L’Olifante. In questo momento sei in giro per presentare la tua ultima fatica da fumettista, cioè Graphic novel is back, con uno spettacolo che mette insieme performance unplugged, momenti di dialogo col pubblico e un po’ di comicità. Che tipo di riscontro stai avendo dal pubblico e che tipo di Italia stai trovando in questo tour?

È una domanda un po’ complessa quella che mi fai (sospira, Ndr), comunque lo spettacolo è principalmente comico, come anche il mio libro che si può definire una sorta di commedia. Però non posso aggiungere nient’altro altrimenti rovino la sorpresa. Dico solo che di quelli che l’hanno visto qualcuno è sopravvissuto…

Okay, questo ci rincuora… (ride, Ndr) 

C’è una presenza altissima di bambini anche a ore assurde e questo penso sia dovuto a un problema dell’Italia attuale, cioè queste famiglie mononucleari di adesso non sanno dove mettere i figli e i genitori li portano ai miei spettacoli non sapendo dove lasciarli. Devo dire però che ogni tanto diventano anche parte integrante dello spettacolo ma c’è un problema: i bambini sono sensibilissimi alle parolacce e il mio spettacolo è pieno di parolacce quindi, quando ci sono loro, non le posso dire e mi ingegno per trovare altre vie.

Delle perifrasi? 

Esattamente! Devo far ridere senza dire le parolacce, il che mi risulta un po’ più difficile (risata generale, Ndr)

Da dove nasce questo format? Forse cercavi un po’ di svecchiare il solito firmacopie o è proprio una necessità artistica in ottica situazionista quella di mettere insieme arti diverse e mischiarle? 

Un po’ tutte e due, soprattutto perché sono tanti anni che vado in giro incontrando persone grazie ai disegni e, nonostante tutto, a me viene ancora difficile chiamarlo firmacopie, mi fa veramente schifo.

Pardon allora.

No figurati, non è colpa tua, è colpa del firmacopie e per questo, da un po’ di anni, ho cercato di rendere questa cosa un po’ più spettacolare. Prima mi chiedevi che tipo di Italia ho incontrato e devo dire che l’Italia che sto incontrando è un po’ diversa da quella a cui ero abituato, perché ci sono ragazzi che hanno principalmente una passione, che è quella di stare in fila. Il che da una parte è anche interessante, ma da un’altra parte è anche un po’ strano, perché sono abituato a un tipo di pubblico un po’ più selvatico e vederli così educati un po’ mi fa tenerezza e mi fa anche chiedere chi glielo abbia insegnato a stare in fila così.

Forse il video di Another brick in the wall? 

Il tuo riferimento è alto! 

Forse anche troppo (risata generale, Ndr). Nella tua carriera sei riuscito a valorizzare i due talenti che conosciamo di più di te, quello di illustratore e quello di musicista. Di solito, quando crei, nella tua mente viene prima il concept figurativo o l’idea musicale? 

Ormai sono tanti anni che faccio questo mestiere, perciò ho sperimentato entrambe le direzioni, però sono principalmente un disegnatore, quindi la prima visione che ho è quasi sempre visiva. Però mi piace molto sperimentare e lo sto facendo ancora. I Ragazzi Morti son considerati un gruppo con i testi interessanti – e forse è anche vero – però in questo periodo della mia vita mi interessa di più la musica che la parte testuale. Adesso sono diventato quasi vecchio e con la vecchiaia ho riscoperto l’umorismo, mi piace far ridere.

Il nostro spazio editoriale ha tra le sue idee fondanti quella di arricchire le pagine di illustrazioni, quasi a voler rieducare i lettori al valore aggiunto dato dalla corporeità del cartaceo. Pensi che gli illustratori possano svolgere lo stesso tipo di ruolo in ambito musicale aiutando il pubblico a comprendere il lavoro dietro un progetto musicale strutturato, in un momento in cui sembra che si vada sempre di più verso la hit da playlist di Spotify? 

Tocchi un punto abbastanza complicato, ehm… La musica che è diventata liquida ha effettivamente perso fisicità, rimangono però begli esempi di autori e illustratori che, avvicinati alla musica, completano, arricchiscono e raccontano un immaginario complesso. Viviamo in un periodo storico in cui l’accesso all’arte è più alto che mai in tutta la storia dell’umanità: molti lo vedono come un problema, io invece lo vedo come un’opportunità. Perciò, tutto sommato, sono molto fiducioso e, per quanto riguarda Spotify, è un media interessantissimo. Racconta un po’ questa cosa che avevamo in testa negli anni 80 e cioè queste grandi banche dati con dentro tutto il sapere ad accesso quasi libero. Adesso Spotify in particolare dà un accesso incredibilmente vasto alla musica. Se penso a quando io ero ragazzino e dovevo, per conoscere un artista o un gruppo in particolare, comperare per forza il disco, con una spesa tra l’altro molto alta. Ora per i più giovani l’accesso è diventato molto più semplice. Rimane il fatto che alcune redazioni locali, come quella italiana, dimostrano una scarsa sensibilità, se non proprio un’ignoranza. E un attrezzo che potrebbe essere interessantissimo diventa di nuovo un luogo dove indirizzare gli ascolti in modo abbastanza prevedibile. Hanno quest’abitudine di fare delle catalogazioni e a me le catalogazioni mi hanno sempre fatto cacare. Tutta la mia vita l’ho spesa a immaginare che ci potesse essere un rapporto, ad esempio, tra le generazioni. Invece a Spotify piace catalogare per anno di età o per anno di uscita. Questa cosa qua da un lato potrebbe essere interessante, ma da un altro rende vicine cose che sono in realtà lontanissime. Per fare un esempio stupidissimo, noi dei Tre Allegri Ragazzi Morti siamo sempre accostati agli Afterhours e noi con loro non c’entriamo niente. Credo che la modalità di catalogazione che c’è là dentro debba essere perfezionata. Rimane comunque una banca dati incredibile. Tutta la ricerca che ho fatto sulla musica Sudamericana, se non fosse stato per la musica digitale, sarebbe stata molto più difficile.

Prima parlavi di rapporti tra generazioni: uno dei tuoi temi preferiti è quello dell’adolescenza che è un’età in cui si forma l’individuo; man mano che vai avanti e ti allontani anche anagraficamente da quell’età, senti un certo scollamento dalle generazioni di oggi o pensi che la tua anima Punk possa ancora parlare ai giovani freak in cerca di orientamento?

Da una parte lo spero perché ho sempre immaginato l’adolescenza non come un problema ma come un’età e anche come un luogo narrativo che ha delle sue caratteristiche che ritornano. Non ho mai immaginato di raccontare un’adolescenza sociologica: ho iniziato a raccontarla quando io adolescente non ero già più, perciò la mia adolescenza è un luogo dell’immaginario ed è anche un modo per raccontare l’Occidente. Per quanto riguarda il mio appeal con i ragazzi più giovani e con gli adolescenti attuali, penso che la maschera mi dia un certo tipo di appeal in generale, soprattutto tra i più nerd o tra i weird, gli strambi, che sono sempre stati più attratti dall’immaginario mio e dei Ragazzi Morti, in generale. Sono sempre convinto però che ci sia qualcosa di attivo tra i ragazzi più giovani. C’è sempre qualcuno che scappa dall’ascolto massificato e quelli lì sono i primi che si avvicinano alla musica dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ormai ho visto tante generazioni avvicinarsi e poi cambiare, qualcuno rimane vicino, qualcuno si normalizza e se ne va. Quindi ho sviluppato un occhio da osservatore, come poteva essere Uatu, il personaggio dei Fantastici 4, questa specie di gigante chiamato l’Osservatore che guardava i pianeti e l’esistenza dall’alto. Adesso mi sento un po’ come lui.

Il 2019 oltre a essere l’anno di Graphic novel is back è anche l’anno di “Sindacato dei sogni”. Però io vorrei tornare al 2018 al momento delle recording session. Vorrei tu ci parlassi un po’ dell’esperienza di registrazione a Montebelluna. Quanto siete arrivati pronti con le idee in studio e quanto poi invece è cambiato grazie anche alla partecipazione del produttore, di Bordin?

Abbiamo fatto quattro, cinque session per questo disco. Volevamo farlo in un modo più naturale, trovando cioè l’arrangiamento nell’incontro come abbiamo fatto soprattutto per i primi dischi. Questa è stata la tecnica: perciò le canzoni più o meno erano scritte però l’azione sulla canzone e l’arrangiamento sono nati in questo studio, che principalmente produce e registra gruppi internazionali di area psichedelica. Quindi quel gusto lì è entrato anche nel disco. Le chitarre di Matt si sentono molto nel lavoro e hanno dato secondo me all’album quell’atmosfera visionaria complessiva  che è molto interessante. Devo dire che siamo andati lì con l’obbiettivo di esplorare un certo tipo di sound e l’abbiamo fatto. I ricordi del luogo anche sono ancora presenti e molto belli perché lo studio che si chiama Outside Inside si trova di fronte a un piccolo bosco sulle colline trevisane e confesso che l’impatto e la sorpresa sono stati forti, è un posto magico.

In un’intervista di qualche anno fa ti ho sentito parlare di te stesso nel tuo approccio musicale come ‘”ricercatore”. Vorrei capire a cosa ti stai appassionando come ricercatore in questo periodo e sarebbe fantastico se ci consigliassi qualche ascolto.

I miei ascolti sono sempre abbastanza vari e mi piace sempre sorprendermi quando sento le cose: la mia ultima passione, come sanno tutti, è questa musica sudamericana che si chiama Cumbia che ha sostenuto la mia immaginazione negli ultimi anni. Sono molto innamorato anche della musica Tuareg, del Mali. Proprio pochi giorni fa ho visto un bellissimo concerto dei Tinariwen in formazione originale ed è stato bellissimo. Mentre per quanto riguarda gli ascolti di questo momento, anche attingendo dall’etichetta che condivido con Enrico e gli altri gruppi, le cose più interessanti che abbiamo pubblicato sono sicuramente il disco nuovo dei Jennifer Gentle che è un bellissimo lavoro secondo me, durato 13 anni circa, molto stratificato e molto visionario. Poi l’altro disco stuzzicante sempre della nostra etichetta è il disco di Viva Viva Malagiunta che è un gruppo che fa Cumbia contemporanea ed è nato dallo stesso viaggio che ha dato origine alla mia graphic novel. Nahuel Martínez, produttore, musicista e anche mio amico, che è il ragazzo che ha viaggiato con me, ha trasformato la visione del viaggio fatto assieme in un disco particolarmente riuscito, abbastanza lontano da ciò che si sente di solito in Italia, quindi può essere molto stimolante. Un’altra cosa che ti consiglio invece è una mia passione personale. Da qualche anno io abito a Roma e Roma per me è il Rap. E in questo periodo mi piace frequentare i rapper, che secondo me, quelli della vecchia scuola in particolare, sono i più puri. Perciò consiglio a tutti l’ascolto integrale del catalogo di Metal Carter. Gasa tantissimo. 

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