La scorsa estate, in occasione del Color Fest, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giorgio Canali al termine della sua esibizione coi Rossofuoco. Un live set che i presenti non dimenticheranno e che ha reso, se possibile, ancora più rovente quel palco picchiato dal sole calabrese. La nostra Simona De Pace ha cercato di dipingere, insieme a lui, un quadro dell’attuale cultura e scena musicale italiana.

Ciao Giorgio! Ne L’Olifante cerchiamo di dare spazio sia ad artisti che a tecnici. Tu sei stato sicuramente entrambe le cose. Cosa ne pensi delle possibilità che oggi hanno i ragazzi che possono autoprodursi a casa, in cameretta?

Beh è una cosa positiva nel senso che, con pochissimi mezzi, si riesce a ottenere un risultato che vent’anni fa era impensabile. Quindi è anche una cosa un po’ negativa perché in giro c’è un sacco di merda in più così. Tutto qui. Punto.

Come nascono i tuoi testi e le tue canzoni. Sei uno che compone all’improvviso di pancia o il tuo processo è più meditativo?

La maniera compositiva di Rossofuoco parte sempre da improvvisazioni insieme in studio alla cazzo, tutte registrate e sulle quali andiamo a lavorare di taglio. Riusciamo a costruire delle canzoni e poi io ci metto le parole, inventandomi le melodie. Altre canzoni partono da quello che mi viene fuori, scrivo con la chitarra, compongo come fanno tutti. Però questa è una parte minima della produzione di Rossofuoco, che vive più sulla musica suonata insieme. E poi ho dovuto seguire i cazzi miei per cercare delle parole e delle melodie, tutto lì. Funziona così da sempre, tutti gli album sono fatti all’80% così, ci sono piccole eccezioni in giro che vengono fuori dalla mia voce e dalla mia chitarra. La scrittura dei testi è una cosa molto particolare. Ogni tanto mi sembra di non aver niente da dire. Infatti non dico niente e sto anche muto per mesi. L’ultima volta ci sono stati sette anni di mutismo; poi, quando arriva, parte e, se parte, parte.

L’ultima volta che è partita, penso di aver scritto l’album più bello di Rossofuoco in assoluto dal punto di vista dei testi e il fatto che credo non ci sia nessuna canzone tra quelle undici (Undici canzoni di merda con la pioggia dentro – 2018, Ndr) da buttar via, né dal punto di vista delle parole, né dal punto di vista della musica, è una bella cosa.

Ecco, delle “Undici canzoni di merda con la pioggia dentro”, ce n’è una più “di merda” che ami meno rispetto alle altre?

Non ce n’è nessuna, ti posso dire quella che amo di più. Per me la canzone perfetta è Undici, che tra l’altro è l’ultima arrivata, perché è di una semplicità compositiva quasi da far cagare – insomma è una canzoncina di merda – con un testo però che passa dal personale al politico in maniera spettacolare. Niente oh, sono felicissimo, è la canzone perfetta, e infatti è quella che sono più felice di suonare, sia quando sono sul palco dal vivo col gruppo, sia da solo. Quella è la canzone perfetta e credo che non riuscirò a toglierle il primato nella mia produzione anche futura.

Dagli anni Novanta, la tua presenza sulla scena musicale italiana è stata importante e influente. Ecco, dagli anni Novanta a oggi, che cosa è cambiato nel mondo della musica? La percezione, l’emozione, il pubblico?

Sono molto più vecchio di così. Io vengo dagli anni Ottanta, più che altro. Facevo delle cose molto interessanti in quel decennio che hanno avuto una diffusione minima, però comunque una diffusione nazionale. Quindi non sono degli anni Novanta ma degli Ottanta. Non cambia un cazzo, come non cambia un cazzo nel mondo: è sempre la stessa storia, c’è chi ha il potere e chi subisce. Le facce sembrano diverse ma so’ sempre le stesse facce da culo. Cioè, se pensi che ci stiamo per infilare in una cosa che abbiamo vissuto cento anni fa e che nel 2023, secondo me, ci sarà un’altra marcia su Roma. Pensiamoci, riflettiamoci. Il mondo è sempre uguale a se stesso, chi comanda e chi subisce hanno sempre le stesse facce da culo. Perché comunque chi sta sotto giustifica chi sta sopra, spesso lo vota.

Che cosa pensi della scena musicale italiana attuale? Secondo te il Rock è ancora vivo, rischia di essere seppellito dai nuovi generi o è già morto?

In American Graffiti, un film di Lucas degli anni Settanta, c’era uno dei protagonisti che diceva che il Rock’n’roll è morto con Buddy Holly nel ‘59, quando è precipitato il suo aereo, quindi tutto quello che è successo dopo è una roba da fantasmi e vampiri. Però il Rock’n’roll è vivo, molto vivo, non morirà mai, come dice Neil Young. Quindi, inutile parlare di quando morirà, se è già morto, se è vivo. Poi il Rock’n’roll sono io cazzo, sono immortale.

Parlando del pubblico, preferisci avere due occhi puntati addosso oppure l’occhio singolo della videocamera?

La videocamera fa cagare, con quella posso scattarmi dei selfie, al massimo. Posso fare dei piccoli filmatini porno da inviare alle mie ammiratrici, non lo so. Andate a cagare tutti, cioè che cazzo, cos’è quella roba lì? È chiaro che il contatto diretto visivo è una figata: sul palco ci sali perché ti piace vedere la reazione di chi è davanti a te, perché siamo tutti esibizionisti e anche tutti voyeuristi dall’altra parte. Anche sopra il palco si è tutti voyeuristi, sappiatelo.

Com’è cambiato oggi il modo di fare rete e musica tra i gruppi? Credi che la situazione sia migliorata? Attualmente è più facile fare Musica?

È più facile prodursi le proprie cose oggi, quello sì. Il discorso è quello di prima, peccato che questa cosa generi un sacco di merda in più. È molto più difficile saper scegliere, capire chi vale, chi non vale. Poi, dal punto di vista democratico, la possibilità per tutti di creare e avere il proprio prodotto finito a basso prezzo è una cosa bellissima.

Quando io ho cominciato a lavorare in questo campo, fare un album voleva dire spendere un sacco di soldi, oppure trovare qualcuno che te li desse in anticipo o un amico che avesse una situazione che ti permettesse di. Adesso ti puoi fare le tue cose nella camera da letto, col tuo computer che hai pagato ottocento euro, qualche programma che hai piratato, una scheda audio decente, due ascolti decenti, un microfono che non va male e dipende poi tutto dalla tua creatività. È chiaro che puoi farlo veramente con poco, questa cosa è bella secondo me. Punto.

Grazie mille, Giorgio

Ciao Camera!

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