Michele Riondino è, in fondo, una contaminazione in carne e ossa. Un attore, ma anche un attivista, un cantante Rock, un promotore culturale impegnatissimo e il direttore artistico di alcune tra le realtà live più interessanti del Sud Italia, a Taranto. Lo abbiamo sentito a inizio 2021 per leggere la stratigrafia dei suoi rapporti con la musica e farci raccontare le tante novità che bollono in pentola.

Ciao Michele! Ovviamente, quando pensiamo a te, ci viene subito in mente l’attore che sei, però non è per niente raro vederti sul palco, anche nei panni di rocker.

Raccontaci allora un po’ in che rapporti stanno queste due dimensioni per te. 

Prima ancora di intraprendere un percorso didattico che mi avrebbe portato al diploma in Accademia e quindi a una carriera attoriale, vengo dal mondo della musica e ho avuto a che fare con la musica un po’ come tutti noi, specie in una città come Taranto. È indicativo il fatto che a Taranto ci siano così tanti musicisti, soprattutto non famosi, perché di quelli famosi ce ne sono pochi o giusti. A Taranto c’è un fermento musicale particolare che io, che ho girato abbastanza l’Italia, sinceramente non ho ritrovato in molte città. A Taranto, bene o male, tutti abbiamo avuto a che fare con il nostro gruppetto di amici che si chiudevano in uno stanzino per fare musica. Anch’io ho iniziato così, partendo malissimo e continuando peggio. Nel senso che, proprio rispettando questa indole musicale, i miei compagni di allora hanno cominciato a studiare gli strumenti in maniera seria e sono diventati dei musicisti. Io invece ho continuato, per così dire, a cazzeggiare, a fare musica in maniera più istintiva che tecnica. Amavo il Punk, amavo il Grunge, quei generi che si esprimevano sul palco più con la personalità dei loro frontman che con le loro capacità di esecutori. Io ho cominciato con la musica perché ho sempre amato la libertà che un musicista ha nel vivere il palcoscenico. Chi suona sul palco deve essere se stesso e ha la possibilità di godersela al 100%, in tutta la sua follia, ricerca, attitudine personale.  È l’esatto opposto dell’attore che, per vivere la libertà sul palcoscenico, deve farlo attraverso il corpo, le parole e gli atteggiamenti di qualcun altro che, in quel momento, non è una persona reale, bensì l’invenzione, creata dall’attore, di un altro se stesso. Anche quella è libertà. Il comune denominatore di queste due modalità, quella musicale e quella attoriale, è una ricerca della libertà, di una valvola di sfogo che ti permette di rappresentarti al meglio. E questo comune denominatore è il mio stimolo continuo e costante, che va al di là della musica e del teatro, e trova in quella valvola la giusta dimensione per lasciare andare una parte di me stesso senza troppi freni, se non quelli che mi dò io per modulare al meglio la libertà e renderla più condivisibile con lo spettatore.

Negli ultimi anni pare esserci una fioritura di film a tema musicale o che riprendono le vite straordinarie di miti come Freddie Mercury. C’è una personalità della musica di tutti i tempi e di tutti i generi che ti piacerebbe interpretare?

Beh sì, ovviamente mi piacerebbe abitare un personaggio del genere. Ad esempio, quando è uscito Last Days di Gus Van Sant, che proponeva sullo schermo una sorta di rivisitazione di Kurt Cobain, io ho invidiato molto l’attore Michael Pitt, non solo perché ha potuto interpretare uno dei miei artisti preferiti, ma anche di lavorare con un regista che ama la musica e ha utilizzato in diverse pellicole la musica per arricchire sostanzialmente la sua opera cinematografica. In quel film, Michael Pitt ha addirittura avuto la possibilità di suonare in una scena un pezzo composto da lui, tra l’altro potendolo improvvisare in una sorta di jam session durante alcune riprese. Credo che, se avessi potuto fare una cosa del genere, sarei potuto andare in pace e felicissimo un secondo dopo la fine della scena. Nel mio piccolo, ho avuto la possibilità di lavorare su un artista come Lucio Battisti, in un film che non è particolarmente riuscito perché avremmo voluto e potuto dare di più. Nel senso che in Italia siamo un po’ timidi nell’affacciarci al mondo del musical. Io detesto quel genere e non riesco a guardarlo e, proprio perché volevo mettermi alla prova con qualcosa di estremo, avevo accettato di lavorare a quel progetto. Avessimo avuto più incoscienza e sregolatezza, sarebbe venuto fuori qualcosa di più divertente. Non che poi non mi sia divertito, visto che mi sono misurato con una cosa estrema come cantare Battisti. Se mi chiedi poi se mi piacerebbe interpretare anche altri musicisti italiani, ti rispondo di sì. Confesso che mi è stato anche offerto di farlo per trasposizioni televisive, però ne ho rifiutata una e l’altra invece è una produzione che non è più partita.

Non solo artista ma anche promotore culturale e direttore artistico. Ci spieghi un po’ qual è il workflow nella direzione artistica di un festival come il Cinzella, che tra l’altro nasce contaminato, perché ha da sempre dei momenti dedicati ai Suoni e altri alle Immagini?

Sì, infatti il Cinzella è esattamente il festival che mi rappresenta alla perfezione, perché ha due poli altrettanto importanti. Ovviamente non potrei mai preparare il Cinzella da solo e quindi l’apporto e aiuto che ricevo dai miei collaboratori è fondamentale. Per il Cinzella, di solito, partiamo innanzitutto immaginandoci quali possono essere gli headliner. E poi su questi costruiamo tutto il festival. Partiamo dal penultimo Cinzella, che è quello che ha visto sul palco i Franz Ferdinand e che ha proposto al contempo film molto importanti che parlavano di personaggi come Terri Hooley. Lui è venuto da Belfast a raccontarci la sua esperienza attraverso il film sulla sua vita e parlandoci direttamente del suo vissuto in ambito musicale con la Good Vibrations, l’etichetta/negozio di dischi nata in una delle vie più coinvolte nel conflitto nordirlandese. E per me, la presenza di Terri Hooley è stata in quella edizione centrale per orientare il Cinzella Immagini tutto attorno alla tematica Punk e alle sue implicazioni. Creiamo poi appunto sugli headliner che quell’anno furono oltre ai Franz Ferdinand, i Battles, gli Afterhours, i Marlene Kuntz e altri. L’anno scorso poi abbiamo dovuto creare un festival “Covid friendly”, scegliendo headliner che potessero tenere gli spettatori incollati alle sedie e ci siamo riusciti benissimo con Antonio Diodato, Andrea Laszlo De Simone, entrambi incredibili. Il prossimo anno siamo intenzionati a organizzare un Cinzella particolarmente esplosivo, avendo annunciato già un primo headliner, gli Idles, per un festival scoppiettante e che vada “oltre la pandemia”, con degli accorgimenti presi in maniera ragionata e ragionevole per permettere al pubblico, qualora fosse possibile – altrimenti abbiamo un piano B – di vivere il sottopalco degli Idles nella maniera più congeniale.

Il Cinzella Festival ci ha abituati molto bene negli anni, portando sul suolo pugliese nomi importanti e tanto talento. Forse però con gli Idles, per la prima volta, quest’estate arriverà al Cinzella una band internazionale che è in un momento topico, forse l’apice della carriera.

Quest’idea ha guidato un po’ la vostra scelta?

Guarda, devo rivendicare una cosa che, magari mi farà apparire presuntuoso, ma è la pura verità. Noi, dietro gli Idles, ci stiamo da due anni. Avremmo voluto portarli a Grottaglie già due anni fa. Costavano meno della metà, come puoi immaginare, ma avrebbero richiamato molte meno persone rispetto a quelle che invece ci porteranno nell’estate 2021, dopo Ultramono. Questo per dire che seguiamo gli Idles da tanto, da ancor prima di Joy, però lo avevamo magari fatto fino a quest’anno con meno convinzione di quanta ce ne fosse bisogno per portarli prima. Ma, col senno di poi, va benissimo così perché, come dici tu, prendere gli Idles quest’anno equivale un po’ a prendere i Nirvana nella fase dei concerti romani prima della morte di Cobain. Becchiamo una band che, al di là del successo commerciale che sta avendo, è la rappresentazione della novità che non tradisce la storia del genere che fanno. Gli Idles sono una band Post-Punk che ha nei suoi contenuti e testi quella rabbia politica che inevitabilmente richiama i Rage. Insomma, per chi prenderà il biglietto, sarà un po’ come vedere i RATM in Italia nel ‘99. O come i Fugazi che io ho avuto l’occasione di vedere a Roma. Si tratta di vedere una band che sta diventando storia, in una cornice spettacolare come quella delle Cave di Fantiano che hanno quello spazio di terra tra gradinata e palco che diventerà una piscina naturale di pogo.

Sarà un’esperienza da raccontare ai nipoti! 

Ti abbiamo sempre visto anche molto impegnato nella riconversione culturale, tramite la musica del territorio a cui appartieni. Come e quanto vedi cambiati l’approccio e le potenzialità del territorio tarantino nella convivenza con eventi grandi come Uno Maggio, Cinzella e il Medimex?

Tutti questi eventi ma anche altri, come l’Onde, il Taranto Jazz, il Taranto Rock Festival, il Rock Metal Fest, sono come gocce che cadono sulla testa dei tarantini con sempre maggiore frequenza e regolarità, finché il tarantino a un certo punto “impazzirà”. Ora, lascio da parte per un attimo gli amanti della musica e della cultura che, da quello che leggiamo nei commenti, sono felicissimi, estasiati e orgogliosi per il nuovo ruolo che sta assumendo la città, come piazza culturale importante, perché da noi vedi i Cigarette After Sex, Liam Gallagher, i Kraftwerk, i Placebo, gli Idles, ecc. Ma oltre questi, anche chi ha semplicemente delle attività commerciali vede il movimento e l’indotto economico che prende forza. L’evento culturale è un’industria che muove passioni, ma anche denari, porta voglia di turismo e rende vive le nostre città. E quindi anche chi era sinora rimasto a braccia conserte ad aspettare il cambiamento si sta rendendo conto che Taranto e la provincia stanno diventando territorio di fermento grazie a questi eventi. Quindi, se i primi anni c’era qualcuno che si lamentava perché qualcuno fuori dal Parco delle Mura Greche pisciava sui muri, ora sentiamo sempre meno queste polemiche un po’ sterili.

Nel 2020, la pandemia ha costretto molti addetti ai lavori del campo musicale e cinematografico – penso innanzitutto ai tecnici – a fermarsi e, magari, a fare scelte difficili di vita. Molti giovani che hanno iniziato da poco avranno sicuramente perso mesi di formazione e forse anche un po’ di entusiasmo per il mestiere. Con l’esperienza di Spazioporto cercherete di recuperare un po’ di forze fresche al mondo delle maestranze con dei corsi specifici?

Sì, ancora prima della pandemia, con Spazioporto ci eravamo già mossi in quel senso. Perché Spazioporto diventerà un centro didattico altamente professionalizzante per tarantini e pugliesi, dove imparare quei mestieri legati all’audiovisivo. Presto riprenderemo rapporti con i soggetti che ci permetteranno di erogare corsi professionalizzanti, ad esempio, per la figura di operatore, truccatore, esperto in effetti speciali, stuntman. Ci saranno anche corsi di sceneggiatura, scrittura, recitazione e altri ambiti della produzione. Questo per dare la possibilità a chi ha idea di cominciare un percorso nel settore di imparare da docenti con grande esperienza, ma anche di entrare nel grande serbatoio di Apulia Film Commission. L’AFC, ogni volta che un film arriva e chiede di girare in Puglia, oltre a dare una mano alle produzioni con i cineporti e gli uffici territoriali, si assicura che una percentuale dei lavoratori coinvolti abbia residenza in Puglia. Succede quindi che i posti garantiti ai pugliesi ci siano, ma manchino le professionalità per rispondere alla chiamata. Con Spazioporto, daremo una soluzione a tutto questo. Creiamo un percorso didattico, ma anche un ciclo che permetta l’inserimento lavorativo dei professionisti formati. E cercheremo di farlo lavorando e stringendo accordi con le Istituzioni, affinché i corsi siano gratuiti per i nostri ragazzi.

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