Estate 2020, un brevissimo sprazzo di vita sul palcoscenico reso possibile dal lavoro instancabile degli organizzatori del Cinzella. In quell’occasione, un po’ fuori dal tempo e singolare (live all’aperto con pubblico distanziato e seduto), siamo riusciti a sentire Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio, i Bud Spencer Blues Explosion, una band che, a oltre 10 anni dal debutto, non smette di far vibrare palchi e spettatori  in giro per l’Europa.

Partirei, e non me ne vogliate, con una domanda che riguarda il vostro passato. L’anno scorso avete celebrato un anniversario importante ovvero i 10 anni del vostro debut album. Riguardando un po’ quello che eravate all’epoca e quello che siete oggi, quanto siete cambiati come persone e artisti rispetto a quei due ragazzi un po’ spettinati di quella copertina del 2009? 

C: In realtà, per noi che siamo sempre stati un gruppo molto istintivo, era importante mantenere intatto negli anni quel modo di essere artisti e fare musica. Volevamo continuare a essere capaci di chiudere gli occhi e suonare. Quest’emozione è un qualcosa che abbiamo sempre voluto venisse fuori anche nei nostri dischi e in tutti i concerti però, crescendo e vivendo insieme, ci si accorge che il mondo attorno a te cambia e questo cambiamento va a toccare anche la musica. In 10 anni son cambiate tante cose, si è passati dai CD allo streaming, per dirne una. Abbiamo perciò sempre cercato di evolverci a modo nostro, senza però sforzarci di farlo, sempre chiudendo gli occhi e suonando. Almeno da parte nostra è stata così e spero che se ne sia accorta anche la gente che ci segue.

Avete entrambi dei percorsi artistici collaterali ai Bud Spencer Blues Explosion, perciò come fate ad alimentare sempre e comunque questo primo progetto? Avete una routine che rispettate con delle scadenze, vi vedete con regolarità per condividere idee o altro?

A: Fin dagli inizi, abbiamo capito che la band aveva un potenziale espressivo. Ma, allo stesso tempo, potevamo comunque essere liberi come musicisti di poter intraprendere altre strade, esplorarle, per poi ritornare magari alla “base” con stimoli nuovi. Penso che faccia bene, a chiunque viva quest’avventura della musica e delle band, potersi confrontare con altre persone, soprattutto più brave, perché ti aiuta a capire tante cose di te stesso e della musica che vuoi fare. Ti dice un po’ chi sei, chi vorresti essere, se stai andando verso il traguardo più giusto per te. Quindi noi abbiamo deciso di organizzarci in una maniera molto semplice: quando abbiamo voglia di suonare, ci sentiamo e facciamo le prove in sala. Tutto molto semplice (sorridono, Ndr). Una cosa bella di una band come la nostra è che non abbiamo scadenze e quindi, quando abbiamo realizzato musica che ci piace e che riteniamo competitiva, la facciamo uscire senza troppi problemi. 

Con l’ultimo album siete approdati nella Tempesta Dischi e siete stati prodotti per la prima volta da Marco dei Jennifer Gentle. Che tipo di approccio avete provato in studio e che novità potete condividere con noi?

C: È stato un approccio molto diverso dal solito. Prima di tutto perché abbiamo fatto tutto su nastro: volevamo provare questa cosa e non tanto per il suono, il fascino dell’analogico, il colore, ecc., ma più che altro perché per noi il nastro è come se fosse una seduta di analisi. Tu registri e hai una fotografia del momento che è quella. E accetti i pregi e difetti del tuo momento. Ovviamente non è nulla di nuovo, perché parliamo di come si è fatta la storia della musica, però è una novità per questi tempi. Volevamo bloccare il momento e mettere un punto a questi dieci anni, di cui parlavamo. Abbiamo fatto un disco, in un mese, in inverno e Marco è stato molto importante, perché il suo approccio alla produzione è molto attivo ed era quello che ci serviva. In passato, abbiamo fatto sempre un po’ da noi, però il tipo di pezzi venuti fuori in pre-produzione ci hanno fatto pensare a Marco, che è stato quasi come un terzo membro della band. Avevamo voglia di fare questa cosa: noi non stiamo tanto a cercare un singolo di successo oppure a seguire la direzione in cui sta andando la musica in quel preciso momento: è la musica che esce in sala tra noi due a dirci come vuole essere prodotta e suonata. 

Vi chiedo anche un parere da ascoltatori e appassionati di blues: il vostro Vivi muori blues ripeti sembra quasi un mantra per chi ha ancora voglia di usare questo sound ormai ultrasecolare che è la base di quasi tutta la musica di oggi. Secondo voi e secondo i vostri ascolti, c’è ancora possibilità di sperimentare e creare tanta nuova musica colorata col blues? 

A: Assolutamente sì! La musica, soprattutto con l’aiuto dei giovani, che non hanno paura di rischiare, può solo migliorare. La musica si nutre di energia, di chi l’energia ce l’ha e non cede a compromessi. Il Blues è una musica semplice che nasce da radici umili. Credo che chiunque abbia un’educazione votata al sacrificio, chiunque sappia cosa vuol dire suonare mettendoci cura, macinare chilometri non per un obbiettivo, ma per questione sostanziale di vita, credo riesca a esprimere questo tipo di sentimento. Il Blues si avvicina sostanzialmente molto alla poesia, non è solo una posa, è un’attitudine che si può esercitare anche scrivendo un libro. Credo che si possa essere blues anche se nella vita non si fa musica. Tutto questo per dire semplicemente che, anche se la musica che va in radio o in alto nelle classifiche oggi ha un’altra visione o modalità, questo non esclude che si possa comunque fare musica ”colorata” di blues.

Prima parlavi di macinare chilometri. Voi in questi anni ne avete macinati sicuramente tantissimi insieme e vi chiedo: avete anche sviluppato nel frattempo una preferenza per un tipo particolare di live? Siete più per un palco intimo o preferite grandi spazi aperti e folle di gente sotto ad ascoltarvi? 

C: In realtà non sappiamo neanche noi come saranno i nostri concerti ed è anche quello che ci dice la gente, che apprezza appunto il fatto che ogni nostro concerto si differenzia da quello precedente e tutto perché ci piace improvvisare e lasciarci totalmente ispirare dalla situazione. Quest’estate in particolare è stata ed è una grandissima prova per noi. Siamo contenti di poter suonare in giro in quest’anno anomalo e abbiamo deciso di accettare la sfida di suonare davanti a un pubblico seduto e distanziato. E ci siamo comunque meravigliati di vedere l’affetto, il calore e il coraggio che la gente, senza farsi demoralizzare, riesce a trasmetterti. Qualcuno magari ci chiede: “fate una cosa più tranquilla?”. E noi  rispondiamo con un categorico no, anzi forse ci impegniamo a fare ancora più casino, per raccogliere al meglio il guanto di sfida di questo periodo. Tra l’altro, la questione si pone fino a un certo punto.  Fondamentalmente, la musica dovrebbe essere così: se la gente condivide e si fa prendere da quello che fai, hai successo. In caso contrario, va bene comunque, non è che sei stato tu a sbagliare perché, per chi come noi vive di questo, rimane pur sempre un’esigenza i l’esprimersi attraverso questa forma d’arte sul palco. Volendo dare una risposta alla domanda, ci piace sicuramente di più il contatto che si crea nei club, tutti appiccicati – che in questo momento è quasi un’utopia. Questo perché, con i nostri live, ci piace creare una sorta di bolla sensoriale, un’esperienza o un’Experience, per dirla alla Hendrix. Ma in fondo, allo stesso modo, può capitare che situazioni all’apparenza più distaccate risultino super gratificanti. L’importante è sempre chiudere gli occhi e suonare.

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