Dai club ai balconi: il mestiere del disk jockey durante la pandemia

Era una calda notte d’estate… eccetera, eccetera. Potrei iniziare così, in maniera piuttosto scontata, un romanzo che parli di club, musica, follie ed eccessi. Forse lo farò un giorno, ma non ancora. Tolgo l’estate, le follie e gli eccessi. Mi restano la musica e i club. Anche se questi ultimi cominciano a sparire. Oltre a questa scena da distopia cinematografica in cui si dissolvono locali e discoteche d’Italia, l’altra immagine che non riesco a togliermi dalla testa è quella di chi nei locali ci ha lavorato.  È piuttosto scontato dire che la pandemia ha schiacciato l’industria dell’intrattenimento come un meteorite. Il problema forse è quello che abbiamo lasciato prima e durante la Fase 1. Tutti online, tutti in diretta, senza possibilità di uscita. La prima, inedita quarantena ci ha fornito un panorama artistico mosso sul web dall’iniziativa personale e da alcuni coraggiosi (talvolta maldestri) tentativi di organizzazione. Fra gli artisti e professionisti dello spettacolo che si sono esibiti, abbiamo visto anche molti dj.

Ma si mettono ancora i dischi? Ha senso parlare del clubbing quando tutto è online? Seduto a riflettere su una coppia di giradischi, sistemando cinghia e puntina, mi faccio molte domande e provo a tempo a darmi delle risposte. Un atto intimista con sfumature marzulliane.

Abbiamo spesso sentito parlare di clubbing e di club culture fino a circa 15 anni fa. Il concetto di “club” porta alla nostra memoria momenti di aggregazione e di condivisione di un determinato momento, accompagnato da una musica specifica, espressione di una “cultura”. Con il termine cultura si può identificare un insieme di linguaggi, atteggiamenti, abitudini, tradizioni e sensazioni che descrive un gruppo di individui. Tradotto in poche parole: “sono la musica che ascolto” cit.

Potremmo anche dire che la musica da discoteca non racconta la generazione di oggi come invece sta facendo la Trap, ma servirebbe un altro articolo per affrontare questo tema. Teniamo però presente anche questo dato: se nelle classifiche radiofoniche non compaiono (da tanto tempo) brani strettamente Dance, significa che il mercato di massa si è evoluto verso suoni e linguaggi diversi. La cultura dei club ha invece rappresentato, in passato e per almeno due generazioni, la forma massima di espressione e intrattenimento. 

Se prendessimo come fattore determinante per quel successo l’aggregazione, sarebbe logico e sufficiente dire che i club vivono difficoltà così grandi a causa del momento e delle chiusure dell’ultimo anno. Sicuramente la pandemia ha dato il colpo di grazia, ma la crisi del settore dell’intrattenimento notturno è maturata in silenzio e viene da lontano. Nel 2005 il censimento delle discoteche tendeva verso alle 5.000 unità. Secondo un’inchiesta de La Repubblica, nel 2015 le discoteche in attività sarebbero già state 2.500 (verosimilmente 2.000).  Una triste fotografia che via via si scolora sempre di più. Oggi secondo una stima del SILB-FIPE, Associazione Italiana Imprese di Intrattenimento da Ballo e di Spettacolo,  il “30% tra locali e discoteche italiane ha già chiuso definitivamente i battenti. Su un giro d’affari annuo di circa 1,8 miliardi ne sono andati in fumo 1,5, ben più dell’80% del totale”.

Se il declino era in corso, possiamo dare la colpa di tutto all’armageddon che stiamo vivendo?

Secondo il ragionamento legato al concetto di club, la mancanza di aggregazione dovrebbe avere annientato il desiderio di incontrarsi. Però la tecnologia ci ha fornito altri mezzi. Tutti online!

Fase 1 di un cambiamento che, per certi versi, era già nell’aria, ma che certamente non ci aspettavamo potesse colpire la musica e i locali. Eppure eccoci. Accendiamo i nostri dispositivi, ci colleghiamo e abbiamo la più vasta scelta di contenuti amatoriali in diretta mai vista. Una democrazia artistica.

Le prime volte che mi son trovato davanti a un dj in diretta streaming, sono rimasto perplesso, devo ammetterlo. Poi ho iniziato a sentire un po’ di nostalgia. Mi sembrava di essere tornato “giovine” nella mia camera, ai tempi in cui iniziavo a mettere a tempo due canzoni con una coppia di Pioneer cdj 100 e un mixer “vanfistifrulli” (marca qualunque di dubbia qualità). Malgrado i migliori sforzi, a prescindere dall’alta o bassa professionalità del dj che guardavo, ho avuto sempre la sensazione di guardare “uno che preme i pulsanti e si fomenta da solo”.

Mancava la magia. Mancava il club.

Allora i dj sono tutti morti artisticamente. Non possiamo più definirla una categoria. Vero a metà. Per prima cosa, come per tante altre professioni artistiche, anche per i disc jokey non esiste una vera e propria rappresentanza di categoria ed è un mondo fortemente caratterizzato da personalismi. In secondo luogo, negli anni, la figura del dj si è evoluta, non tanto per il cambiamento della strumentazione – dai vinili ai laptop – ma per un naturale sviluppo professionale e commerciale.  Molti dj sono produttori musicali, hanno attività parallele connesse con la musica e l’intrattenimento. Allora, diventa interessante guardare e sentire un dj in diretta streaming. È il contenuto che fa la differenza.

Guardare David Guetta (o altri) sul tetto di un palazzo, con le luci, gli elicotteri che gli volano intorno, ma senza pubblico, senza la gente che pulsa nelle vene della pista, difficilmente si può definire cultura. Sicuramente non è “club culture”. Cosa resta? Resta la riflessione di qualunque professionista che vede il proprio mondo dissolversi. Dobbiamo pensare alla ripartenza come un copia e incolla del passato o cambiamo e andiamo avanti?

Questo biennio ci ha insegnato che quasi nulla dura all’infinito. Allora bisognerebbe chiedersi seriamente se questo è un momento di svolta o se il settore continuerà a illudersi nell’accanimento terapeutico al quale abbiamo assistito negli ultimi anni. Proviamo a staccare il concetto di cultura dallo spazio fisico del club. La club culture, se ce l’hai, ce l’hai dentro.

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